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giovedì 24 maggio 2018

Un pensiero assolutista può renderci infelici



Di questi tempi, una cosa di cui quasi tutti sembrano assolutamente certi – lo so, è un po’ contraddittorio – è che è sbagliato essere assolutisti. Pretendere qualcosa dal mondo per poi arrabbiarsi se non soddisfa perfettamente le nostre richieste non è un modo per vivere felici. Come non lo è vedere tutto in bianco e nero o rifiutare l’amicizia di chiunque non condivida punto per punto le nostre opinioni.

immagine pixabay
L’assolutismo non è sano neanche quando è rivolto verso noi stessi e si manifesta come perfezionismo. Eppure, per semplicità, tutti tendiamo a pensare in modo assolutistico: siamo quello che gli psicologi chiamano “avari cognitivi”, cioè ci aggrappiamo a regole semplici per affrontare quello che altrimenti sarebbe un mondo eccessivamente complesso.

Questo spiega perché i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo, sono così conservatori – “I maschi non giocano con le bambole!”. O, se è per questo, spiega anche il motivo per cui probabilmente per farmi leggere un libro fantasy si dovrebbe usare la forza fisica. Non è che io sia convinto che tutte le opere di quel genere siano insopportabili, è solo che nessuno di noi potrebbe sopravvivere senza un intero arsenale di queste scorciatoie cognitive.

Purtroppo però, quando è spinto all’estremo, questo atteggiamento così comune comincia a impedirci di funzionare: è sempre più dimostrato che il pensiero assolutista potrebbe essere una delle cause della depressione. Almeno è quanto sostiene un recente studio condotto dagli psicologi dell’università di Reading, Mohammed al Mosaiwi e Tom Johnston, i quali hanno analizzato il linguaggio usato da 6.400 persone in vari forum online in cui si parla di salute mentale e hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, l’uso di parole come “tutto”, “completamente”, “nulla” e “costantemente” era il 50 per cento più frequente nei forum sull’ansia e la depressione, e l’80 per cento più frequente in quelli sulle intenzioni suicide (è anche stato rilevato che le persone depresse usano più pronomi personali come “io” e “me”, ma la presenza del linguaggio assolutista era più rilevante).

Ovviamente, correlazione non significa per forza causalità. Però hanno riscontrato che perfino persone al momento non depresse ma che lo sono state in passato usano più spesso quelle parole. Il che fa pensare che l’assolutismo sia un tratto persistente, che rende vulnerabili alla depressione, più che un atteggiamento in cui si cade solo quando si è depressi.

È facile capire perché l’assolutismo può renderci infelici: più la nostra mappa del mondo è rigida – su come sono le cose, come dovrebbero essere, quanto dovremmo essere bravi, come dovrebbero trattarci gli altri – più possibilità ci sono che non coincida con il caos della realtà. Il che ci fa capire molte cose non solo sulla depressione, ma sull’attuale situazione politica, dominata com’è da personaggi che sembrano assolutamente sicuri di se stessi.

È naturale desiderare leader che abbiano un progetto chiaro. Ma come dice l’economista radicale Charles Eisenstein, quando “la società ha raggiunto un punto in cui i soliti piani e le solite risposte non funzionano”, questa chiarezza diventa un punto debole. “Un leader che pensa di sapere quello che deve fare, ma in realtà vuole semplicemente ripetere il passato non è di grande utilità. Forse avremmo davvero bisogno di qualcuno che dica ‘Non so cosa fare’”.

Quando la nostra mappa del mondo ci porta regolarmente fuori strada, la prima cosa da fare è gettarla via. 

martedì 22 maggio 2018

L'analfabetismo emotivo di massa

ALESSITIMIA
LA MEDICINA CHE NON DEVI SAPERE.
Straordinaria analisi
 del dottor Angelo Bona


La gente è disperatamente priva di ormone D, non alcune persone, ma tutti sono stremati nel valore della 25OHD, l’esame del sangue che svela la carenza di vitamina D.
La conseguenza più evidente è una strana sindrome che sempre più frequentemente coglie le persone, l’alessitimia. Ti voglio dare anche la spiegazione etimologica: a mancanza, lexis parola e thymos emozione. Cioè la completa mancanza di empatia, di verbalizzazione delle emozioni e di compassione del prossimo.
I sintomi sono: mancanza di identificazione e di espressione dei sentimenti, una netta riduzione della capacità immaginativa e onirica, difficoltà di introspezione, conformismo ai media, compulsività, relazioni sociali scarse con tendenza all’isolamento o una fittizia e formale socializzazione.
Moltissimi bambini, preadolescenti, adolescenti sono fortemente alessitimici e affetti da una grave instabilità e blocco emotivo e affettivo. Stiamo assistendo sempre più ad una alessitimia di massa e ciò è inquietante.
Considero questo uno stadio di pre-demenza, cioè una demenza che coglie ogni età della vita e non soltanto riferita all’età della senescenza. Molti bambini, preadolescenti, adolescenti sono alessitimici.
Gli alessitimici sono utili al sistema perché anafettivi, compulsivi, dipendenti dai media e facilmente tramutabili in consumatori seriali o anche plagiabili, radicalizzabili, robotizzabili.
La sindrome alessitimica coglie anche personalità politiche che rivestono alti ruoli sociali e che divengono sicari cinici e succubi dei poteri che li sovrastano, non riuscendo a riconoscere la sofferenza prodotta negli altri a causa delle loro azioni. Essi sono completamente scissi dal bene comune, dal bene sociale.
Ci vogliono dementi e acritici per manipolarci meglio e per favorire questo fine, serve il crollo di esposizione solare e di vitamina D e conseguentemente, il deficit di serotonina.
Oggi il miglior controllo sociale e mentale è quello di favorire una demenza di massa, una acriticità di quanto i media ci propinano ogni giorno depistandoci ad arte fuori dalla verità.
L’aspetto più grave, anche se occulto è la completa deconnessione spirituale, una dissociazione dell’anima dalla sorgente della Luce.
Einstein ci rivela che la luce è formata da unità fondamentali che si chiamano fotoni, o quanti di luce, ma nessuno ha mai pensato che esistano nella radiazione elettromagnetica dei quanti d’anima che nutrono lo spirito.
Da qui si aprirebbe un discorso infinito su: inquinamento ambientale, scie chimiche, vaccini ecc., ma rimando altrove questi argomenti.
L’integrazione di vitamina D è obbligatoria per tutti! L'ormone D nel sangue deve raggiungere per la 25OHD i 100 ng/ml o 250 nmol/L . Dobbiamo però insieme guarire il sole da tutte le speculazioni dell’uomo, perchè la cura della tua anima avviene integrando la D, ma anche esponendosi alla luce solare anche d'inverno.
Sole e vitamina D possono quindi favorire un urgente cambiamento del mondo, ma occorre fare presto, prima che ci omogenizzino completamente il cervello e soprattutto l’anima.

Siamo quello che mangiamo

Quando mangiamo, qualunque cosa mettiamo nel piatto, non introduciamo nel nostro corpo solo nutrienti, calorie, proteine, carboidrati, minerali o la qualità energetica dell'alimento; dentro il nostro cibo c'è molto di più: significati simbolici, emozioni e relazioni che viaggiano nascoste al nostro livello di coscienza.


Il nutrimento è indubbiamente uno dei primi linguaggi non verbali con cui ognuno di noi si confronta sin dai primi momenti della propria vita e rappresenta una necessità fondamentale; il latte materno (che idealmente gratifica, appaga, porta piacere e rilassamento nel corpo) soddisfa i bisogni di sopravvivenza del corpo ma, al tempo stesso, ci consente di entrare in relazione con le emozioni trasmesse dalla madre: affetto, comprensione, sicurezza, considerazione (in altri termini: amore) oppure con ansia, nervosismo, riprovazione, stanchezza (la percezione, seppure indistinta, è di mancanza o deficit di amore).
Quello che mangiamo ci ricorda e riporta alla prima relazione affettiva importante e ci rimanda, simbolicamente, alla qualità di quell'amore; ecco perché si può sicuramente dire che, in qualche modo e simbolicamente, attraverso il cibo possiamo passare energia d'amore: il modo in cui viene pensato, il tipo di ingredienti utilizzati, l'attenzione e il tempo nel cucinare, l'intenzione presente nel momento in cui lo si mette nel piatto fanno la differenza e diventano, essi stessi, qualità, “sapore” e nutrimento che si aggiunge ai nutrienti “tradizionalmente” intesi. Il cibo è, anche, famiglia, ritualità, emozioni condivise e situazioni, cultura.
Il primo pasto della nostra vita, e poi tutti gli altri, quindi, ci mettono quindi sempre in relazione con qualcosa, che grazie alla digestione diventerà parte di noi (quello che mangiamo, la sua storia e il suo stato di coscienza prima di arrivare nel nostro piatto nonché le sue valenze simboliche), con qualcuno (chi ci ha preparato quella portata e, indirettamente, con la nostre prime fonti relazionali primarie, i genitori; naturalmente, ci potrebbero essere – crescendo - anche altri riferimenti relazionali importanti) e con un contenuto traslato di nutrimento-amore.
Così spesso aumentiamo la quantità di cibo giornaliera quando abbiamo bisogno di conforto: è un po' come darsi più forza, cercare all'esterno (e in modo non adeguato) la dose mancante di amore e altre forme di nutrimento dell'anima e dello spirito.
Seppure inconsapevolmente, scegliamo cosa mangiare in modo compensatorio non solo seguendo la soddisfazione del palato ma a seconda del significato simbolico del singolo alimento e del conseguente inconsapevole piacere che ci offre:
  • i cibi morbidi, riportano in una dimensione di integrazione affettiva; quelli duri, croccanti portano un'informazione di grinta, resilienza;
  • gli alimenti dolci compensano un bisogno di regressione, di dipendenza e accudimento, sono consolatori; quelli salati rinforzano un comportamento maturo, indipendente, volitivo;
  • la scelta su piatti semplici rivela un bisogno di chiarezza, linearità; pietanze elaborate possono indicare un bisogno di integrazione di aspetti diversi, complessi;
  • i prodotti di origine animale portano con sé un elemento di forza e aggressività; quelli vegetali aprono maggiormente ad una dimensione relazionale armonica, possono indicare bisogno di leggerezza;
  • latte e latticini ci parlano della madre e, più in generale, del “maternage”;
  • i cereali, in modo particolare il frumento, parlano invece del “padre”;
  • i tuberi rappresentano il nostro nucleo originario, le forze depositate nella terra, le nostre radici;
  • i germogli rappresentano l'esplosione della nuova energia, il nuovo che deve ancora prendere forma.
Non è tutto: il modo in cui il cibo ci è stato somministrato da piccoli e la qualità delle emozioni sottostanti fanno la differenza.
Se, ad esempio, ci è stato dato – regolarmente - quando eravamo stanchi, nervosi, per distrarci dai capricci, come “ciuccio”, come rimedio, come premio per un certo nostro comportamento, per tenerci occupati in qualcosa o per altre ragioni che non avevano nulla a che fare con la nostra fame fisiologica (ma piuttosto con altri bisogni, fisici o relazionali, espressivi), crescendo tenderemo, spontaneamente, ad aprire il frigorifero o la dispensa per trovare una risposta compensatoria al disagio emotivo del momento: tireremo fuori così degli “anestetici” che non facciano sentire le fatiche; dei succedanei di affetto e sicurezza o coccole; qualcosa che colmi bisogni non chiaramente individuati ma insoddisfatti. Cercheremo di riempire un vuoto, ottundere un sentimento di noia, non pensare alla solitudine.
Cibo come succedaneo dell'amore, perché l'amore è l'unico nutrimento davvero fondamentale, che fa la differenza nella qualità della vita: averne consapevolezza è il primo passo. Il secondo è osservare come mangiamo e perché, cosa c'è realmente “sotto” (appetito o altro?) e poi, con gentilezza e rispetto verso di sé e quello che al momento c'è, prendersene cura: cominciando a fornire quei nutrimenti (diversi) che mente, corpo, emozioni e spirito richiedono. 
Anna Maria Cebrelli pubblicato sulla pagina: greenme.it (LINK)

La depressione può portarti sul cammino spirituale

Tutti nell’arco della vita abbiamo avuto una giornata storta, in cui si è giù di corda, tristi, irritabili. Per alcuni questa condizione si prolunga più a lungo e prima che uno se ne accorga, la giornata “no” diventa una settimana, poi un mese, fino a che non si trasforma nello stato normale in cui vivere.

L’umore peggiora di giorno in giorno senza un apparente motivo e ci si ritrova costantemente chiusi in casa, tormentati da pensieri negativi e senza alcuna energia. La vita non ha più senso e viene vista più come un peso che come una gioia.

 
Depressione o inizio del cammino spirituale

 La crisi depressiva vera e propria è una delle esperienze più terribili che si possano avere: ci si sente senza speranza, senza risorse, completamente impotenti di fronte alla vita e alle persone. Si è troppo deboli per impegnarsi in qualsiasi attività, sia fisica che mentale, ma questo ha ben poca importanza! La cosa peggiore è piuttosto il fatto che nulla sembri più interessante o capace di destare piacere. Tutto nella propria vita sembra un fallimento, ci si sente arrabbiati con il mondo e l’isolamento sembra l’unica risposta sensata. Per questo ci si chiude in casa in uno stato di totale apatia. Questa condizione è considerata una malattia dalla medicina tradizionale, che cerca di curarla con la psicoterapia e con farmaci per riequilibrare la serotonina nel sangue.
Depressione: un’antica… nuova prospettiva
Esiste però un’altra maniera di guardare alla depressione: diversi maestri spirituali considerano questo stato (indubbiamente molto difficile) un’occasione per guardarsi dentro. Essendo isolati dal mondo e stando veramente male con se stessi, si sviluppa, infatti, un impulso naturale che induce a portare l’attenzione verso l’interno. La depressione, secondo questa visione, può dare una chance in più a chi ne soffre, di evolvere spiritualmente rispetto a chi è felice e contento della propria vita. Questo perenne stato di malinconia, come ogni altro evento traumatico, può essere utile per cominciare a porsi le domande fondamentali alla base di ogni genuino percorso spirituale: da dove vengo? Cosa ci faccio qui? Chi sono io?

Misticismo e depressione

Esiste, dunque, un gran numero di mistici provenienti dalle più disparate tradizioni, che parla della depressione come fonte di trasformazione spirituale. Un esempio è San Giovanni della Croce, asceta cristiano vissuto nel 1500, il quale sosteneva che nel percorso di ascesa spirituale, il praticante, prima di trovare Dio, dovesse passare attraverso una fase denominata “notte oscura dell’anima”. In questa fase il cercatore, con molto dolore, si distacca e perde interesse per le cose materiali, per cercare lo Spirito. Tutto ciò che in passato destava piacere e gioia, ad un certo punto del percorso, provoca sentimenti esattamente opposti, come disgusto e ribrezzo. Il praticante si trova abbandonato da Dio e dagli uomini, niente sembra avere più senso nella sua vita. Tutto sembra futile, superficiale, privo di scopo.
“…il Signore ottenebra questa luce e chiude la porta, ed essi annegano in questa notte, la quale li lascia tanto aridi che essi non trovano alcun gusto nelle cose spirituali e nelle devozioni, in cui erano soliti trovare diletto e piacere, ma al contrario vi trovano disgusto e amarezza”. (San Giovanni della Croce – Poeta e Mistico)
Questo stato, secondo Giovanni della Croce, è fondamentale e addirittura benefico per il cercatore dello Spirito. La “notte oscura” è un passaggio obbligato per cercare risposte dentro se stessi, per porsi le domande fondamentali, per distaccarsi completamente dal superfluo e badare solo al sostanziale. Quando il ricercatore alla fine trova quello che cerca, la “notte oscura” della depressione si trasforma in “notte pacifica, abissale e oscura intelligenza divina”.
Tutti i più grandi maestri spirituali, sono dovuti passare attraverso questo percorso di sofferenza, prima di giungere all’apice del loro percorso spirituale. Eckhart Tolle, mistico contemporaneo, scrittore del best seller “Il potere di adesso” e maestro di Advaita Vedanta, è dovuto passare anch’esso attraverso questa “notte oscura” di cui parlava San Giovanni della Croce.
Secondo Tolle è stato proprio questo continuo stato di depressione a risvegliare in lui le domande fondamentali e ad illuminarlo con una conoscenza più profonda di se stesso, della sua vita e della sua missione su questa terra. A questo proposito afferma: “Fino al mio trentesimo anno di età, ho vissuto in uno stato di ansia quasi continua, intervallato da periodi di depressione suicida. Adesso mi sembra di parlare di qualche vita passata o della vita di qualcun altro”.

Come utilizzare la depressione per scoprire la tua vera natura

Utilizzare la depressione per scoprire la propria vera natura 
Se sei depresso, perciò, non ti sconfortare, potresti essere nel mezzo del percorso spirituale (forse senza che nemmeno tu lo sappia) o se ancora non hai mosso i primi passi sul cammino della RR, adesso potrebbe essere un ottimo momento per farlo. Anche se tutto sembra essere senza senso, continua a cercare, e ad un certo punto vedrai che le risposte arriveranno!
Ti assicuro che alla fine del difficile percorso che stai attraversando, la vita continuerà e riprenderà a scorrere con la gioia di un tempo, ma tu avrai una accresciuta consapevolezza di te stesso. Il percorrere la strada tortuosa e difficile della depressione ti avrà insegnato tanto: ti sarai posto le domande e in qualche modo ti sarai dato (o ti saranno arrivate) le risposte.
Quando sei senza energia e senza entusiasmo, o nel bel mezzo di una crisi acuta di tristezza e malinconia, l’atteggiamento che ti consiglio di tenere è quella che descrive Rumi, filosofo, mistico ed importantissimo esponente del Sufismo vissuto nel XIII secolo, in questa poesia:
“Questo essere umani è come un ostello.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Una gioia, una depressione, una meschinità,
un momento di consapevolezza passeggera,
giungono come ospiti inattesi.
Dà loro il benvenuto e intrattienili tutti!
Anche se sono una moltitudine di dispiaceri,
che scuotono con violenza la tua casa
svuotandola di ogni cosa,
comunque, tratta ogni ospite con onore.
Forse qualcuno di loro ha in serbo per te una nuova delizia.
I cattivi pensieri, la vergogna, la malizia,
dà loro il benvenuto sulla soglia, ridendo, e invitali a entrare.
Sii grato per chiunque arriva,
perché ognuno di loro è stato inviato
come guida dal mondo dello spirito”.
Cosa succederebbe se invece di considerare la depressione una malattia, tu provassi a considerarla un ospite degno di onore, come dice Rumi? E se le emozioni negative che sentiamo fossero veramente messaggi mandati dal mondo dello spirito, dal nostro io più profondo, non varrebbe la pena ascoltarle?
La prossima volta che uno di questi “ospiti” bussa alla tua porta, prova semplicemente ad invitarlo ad entrare. Dagli la seggiola più comoda e ascolta le storie che ha da raccontarti. Potresti meravigliarti di quello che ha da dirti! Ovviamente non sarà né facile, né piacevole… ma provaci! Potrebbe essere l’inizio di una trasformazione profonda che ti regalerà frutti meravigliosi.
Articolo di Giulio Pietro Benati
FONTE:

La melatonina non solo per l'insonnia

E’ un neurotrasmettitore prodotto principalmente dal sistema nervoso, ma anche dall’epifisi o ghiandola pineale e da vari distretti come le ghiandole di Harder, le piastrine, i megacariociti ecc. Viene prevalentemente prodotta di notte. Svolge fondamentali e documentati effetti nella prevenzione e terapia delle patologie tumorali e degenerative, oggetto di un numero crescente di studi e di ricerche. Si può considerare e distinguere un’azione antitumorale indiretta , attraverso l’inibizione dei radicali liberi e l’effetto antiossidante, unitamente alla protezione dall’effetto cancerogeno e degenerativo di campi elettrici e magnetici.
L’azione antitumorale diretta si attua inibendo la proliferazione e la crescita di cellule tumorali, ostacolando la tendenza di cellule normali a divenire neoplastiche inducendo il ricambio cellulare e la sostituzione di cellule tumorali con cellule sane attraverso il meccanismo definito “apoptosi”.E’ documentata anche un’azione antimetastatica attraverso l’inibizione della diffusione a distanza delle cellule tumorali unitamente alla capacità di migliorare in maniera significativa il profondo stato di decadimento psicofisico degli stadi tumorali avanzati comunemente definiti "cachessia neoplastica”
si può stimolare in modo naturale il nostro organismo nella produzione , assumerla attraverso cibi che ne contengono.
Il nostro organismo la produce quando è in uno stato di rilassamento e di riposo, quindi tutti gli accorgimenti atti farci rilassare sono fattori che possono aiutare la produzione di questa sostanza.
Ad esempio potremmo fare infusi o tisane con erbe che inducono al rilassamento, come :
Tè verde, Salvia, Menta,Timo, Verbena
Frutta e verdura:
quantità discrete contenute in: uva, ananas, mele, banane, arance, fragole, kiwi, peperoni, spinaci, cavoli e cipolle.
Avena, mais e riso
Avena, mais e riso contengono tra i 1.000 e i 1.800 picogrammi (1.000.000.000 di picogrammi equivale a 1 milligrammo) per grammo.
Zenzero
Lo zenzero ha circa 500 picogrammi per grammo.
Pomodori e ravanelli
Pomodori e ravanelli contengono ciascuno circa 500 picogrammi di xxx per grammo.
Mandorle e semi
Altri alimenti che contengono .... sono: mandorle, semi di girasole, semi di finocchio, erba cedrina, melissa e semi di cardamomo verde, semi di zucca, semi di chia, semi d’uva, semi di cocomero.

Integratori (Link):
https://it.top10supplements.com/best-melatonin-supplements/

FONTE:
Letto sulla pagina Facebook di Fabio Kandinsky (LINK)

venerdì 20 aprile 2018

Dicevano: il lavoro nobilita l'uomo!

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Immaginatevi un mondo in cui il lavoro abbia preso il sopravvento su tutto. Le nostre esistenze graviterebbero attorno a questo nuovo centro, tutto il resto diventerebbe secondario. In modo quasi impercettibile, qualsiasi altra cosa – i giochi a cui giocavamo, le canzoni finora cantate, le passioni realizzate, le feste celebrate – finirebbe per assomigliare e infine diventare lavoro. Arriveremmo a un momento, anch’esso ampiamente ignorato, in cui le svariate realtà, che esistevano prima che il lavoro monopolizzasse le nostre vite, svanirebbero del tutto dal panorama culturale, precipitando nell’oblio.
Cosa penserebbe la gente in questo mondo di solo lavoro? Cosa direbbe? Come si comporterebbe? Ovunque si girasse, vedrebbe pre-impiego, impiego, post-impiego, sotto-impiego, e senza impiego – nessuno rimarrebbe fuori dalla categorizzazione. Ovunque si loderebbe e si adorerebbe il lavoro, ci si augurerebbe che la giornata fosse il più produttiva possibile, si aprirebbero gli occhi per svolgere compiti ben precisi, chiudendoli solo per andare a dormire. Ovunque una solida etica lavorativa diventerebbe il mezzo per eccellenza con cui raggiungere il successo, mentre la pigrizia diventerebbe il peccato più grave di tutti. Tra produttori di contenuti, divulgatori di sapere, architetti e direttori di nuovi filiali si sentirebbero chiacchiere incessanti su workflow, grafici, piani e benchmark, potenziamento, monetizzazione e crescita.

In un mondo simile, il semplice atto di mangiare, il sesso o lo sport, la meditazione, i viaggi da pendolare – tutto monitorato e ottimizzato con attenzione e costanza – sarebbero funzionali a un buono stato fisico, che, a sua volta, servirebbe a renderci sempre più produttivi. Nessuno berrebbe troppo, al massimo qualcuno userebbe il microdosaggio di sostanze psichedeliche per ottimizzare la propria performance, e l’aspettativa di vita sarebbe indefinitamente lunga. Si sentirebbe parlare occasionalmente di una morte o di un suicidio per il troppo lavoro, ma simili sussurri, dolci e indistinti, sarebbero giustamente considerati come semplice manifestazione dello spirito del lavoro totale, per alcuni addirittura come modi lodevoli di portare il lavoro ai suoi naturali limiti, compiendo il massimo sacrificio. In tutti gli angoli del mondo, quindi, la gente agirebbe in modo da soddisfare il desiderio più profondo del lavoro totale: manifestarsi in tutta la sua completezza.

Il mondo così rappresentato, però, non è il soggetto di un romanzo di fantascienza: è chiaramente molto simile a quello in cui viviamo.
Il “lavoro totale”, termine coniato subito dopo la seconda guerra mondiale dal filosofo tedesco Josef Pieper nel suo libro Leisure: The Basis of Culture (1948), è il processo attraverso il quale gli esseri umani vengono trasformati in puri e semplici lavoratori. In questo modo, il lavoro diventa in ultima istanza totale quando diventa il centro attorno cui ruota la vita umana; quando tutto viene messo al suo servizio; quando il piacere, le festività e i momenti di gioco finiscono per assomigliare e infine diventare lavoro; quando non resta altra dimensione esistenziale che non sia quella del lavoro; quando l’uomo crede davvero che siamo nati semplicemente per lavorare; e quando altri modi di vivere, esistenti prima che il lavoro totale prendesse il sopravvento, spariscono del tutto dalla memoria culturale.
Siamo sulla soglia di realizzazione del lavoro totale. Ogni giorno parlo con persone per le quali il lavoro ha finito col controllare la loro esistenza, trasformando il mondo in un incarico, i loro pensieri in un silenzioso fardello. Perché, a differenza di una persona devota a una vita di contemplazione, ciascun lavoratore totale ritiene di essere alla base di un mondo costruito come una serie infinita di incarichi che si estendono in un futuro indefinito. A seguito di questa taskification (un termine che potremmo tradurre con “cottimizzazione”) del mondo, vede il tempo come una risorsa scarsa da utilizzare con parsimonia, ed è perennemente preoccupato da ciò che andrebbe fatto, spesso in ansia per la cosa giusta da fare in un determinato momento e angosciato dall’idea che ci sia sempre qualcosa in più da fare. Il punto cruciale è che l’attitudine del lavoratore totale non è compresa al meglio nei casi di lavoro eccessivo, ma piuttosto nel modo in cui tutti i giorni egli è totalmente focalizzato sui compiti che vanno portati a termine, cercando sempre di migliorare la produttività e l’efficienza. In che modo? Attraverso una pianificazione oculata, una scala di priorità razionale e una puntuale delegazione. Il lavoratore totale, in sintesi, è una figura di attività incessante, tesa, indaffarata: una figura il cui principale male è una profonda irrequietezza esistenziale, ossessionata dalla produzione dell’utile.
Ciò che più inquieta nella prospettiva del lavoro totale non è soltanto la sofferenza inutile che causa, ma anche il fatto che sradica le forme di contemplazione spensierata che entrano in gioco nel momento in cui ci si pongono, si ponderano e viene trovata una risposta alle principali domande dell’esistenza. Per capire in che modo generi sofferenza non necessaria, basta pensare all’illuminante fenomenologia del lavoro totale nella consapevolezza quotidiana di due interlocutori immaginari. Tanto per cominciare, c’è una tensione costante, una pressione generale associata all’idea che ci sia qualcosa che ha bisogno di essere portato a termine, sempre qualcosa che dovrei fare in questo momento. Come dice il secondo interlocutore, c’è allo stesso tempo anche la seguente domanda che incombe: “È questo il modo migliore in cui impiegare il mio tempo?” Il Tempo – un nemico, un bene scarso – rivela i poteri limitati di chi agisce, la sofferenza per sfiancanti e irresponsabili costi-opportunità.

Insieme, i pensieri del “non ancora, ma deve essere fatto”, del “dovrebbe già essere stato fatto”, del “potrei fare qualcosa di più produttivo” e la “prossima cosa da fare”, sempre in agguato, cospirano come nemici per tormentare l’individuo che, di default, si ritrova sempre indietro in un adesso che non sarà mai completo. Inoltre, ci si sente in colpa non appena non si è il più produttivi possibile. Il senso di colpa, in questo caso, è diretta conseguenza del non essere riusciti a stare al passo o a gestire al proprio meglio le cose, travolti dagli incarichi per una presunta negligenza o un ozio relativo. Infine, il costante, assillante impulso a portare al termine i propri compiti implica che è empiricamente impossibile, proprio per questo modo di esistere, fare un’esperienza completa della vita. “La mia esistenza”, conclude il primo uomo del dialogo, “è un onere”, il che significa un ciclo senza fine di insoddisfazione.
La condizione di fardello del lavoro totale, quindi, è definita da un’attività incessante e irrequieta, dall’ansia per il futuro, dalla sensazione di essere sopraffatti dalla vita, pensieri opprimenti sulle opportunità perse, e il senso di colpa legato alla propria pigrizia. Da qui, la taskification del mondo è legata al concetto di lavoro totale come fardello. Infine, il lavoro totale inevitabilmente causa dukkha, termine buddhista per l’insoddisfazione che nasce da una vita piena di sofferenza.
Oltre a causare dukkha, il lavoro totale impedisce l’accesso a livelli più alti di realtà. Perché ciò che si perde nel mondo del lavoro totale è la rivelazione artistica del bello, lo sguardo della religione verso l’eterno, la pura gioia dell’amore, il senso di meraviglia dato dalla filosofia. Tutto ciò richiede silenzio, calma e la completa volontà di imparare. Se il significato – inteso come interazione tra il finito e l’infinito – è ciò che trascende, nel qui e nell’ora, l’insieme delle nostre preoccupazioni e dei nostri incarichi mondani, permettendoci di avere esperienza diretta di ciò che è più grande di noi, allora ciò che si perde in un mondo di lavoro totale è la possibilità stessa di sperimentare un significato. Ciò che si perde è la ricerca del perché siamo qui.

Questo articolo è stato tradotto da Aeon e pubblicato su thevision.com (LINK)

mercoledì 18 aprile 2018

Quanto vale il tuo tempo?

Una storia trovata sul web e pubblicata su varie pagine

fonte immagine


Immagina che esista una Banca che ogni mattina accredita la somma di € 86.400 sul tuo conto.
Non conserva il tuo saldo giornaliero, ogni notte cancella qualsiasi quantità del tuo saldo che non sia stata utilizzata durante il giorno.
Che faresti?
Ritireresti o spenderesti tutto fino all’ultimo centesimo, ogni giorno, ovviamente!!!!
Ebbene, ognuno di noi possiede un conto in questa Banca.
Il suo nome?
TEMPO.
Ogni mattina questa Banca ti accredita 86.400 secondi.
Ogni notte questa Banca cancella e dà come perduta qualsiasi quantità
di questo credito che tu non abbia investito in un buon proposito.
Questa Banca non conserva saldi ne permette trasferimenti.
Ogni giorno ti apre un nuovo conto.
Ogni notte elimina il saldo del giorno.
Se non utilizzi il deposito giornaliero, la perdita è tua.
Non si può fare marcia indietro.
Non esistono accrediti sul deposito di domani.
Devi vivere nel presente con il deposito di oggi.
Investi in questo modo per ottenere il meglio nella salute, felicità e
successo, l’orologio continua il suo cammino.
Ottieni il massimo da ogni giorno.
Per capire il valore di un anno, chiedi ad uno studente che ha perduto un anno di studio.
Per capire il valore di un mese, chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente.
Per capire il valore di una settimana, chiedi all’editore di un settimanale.
Per capire il valore di un’ora, chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.
Per capire il valore di un minuto, chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno.
Per capire il valore di un secondo, chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.
Per capire il valore di un milionesimo di secondo, chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.
Dai valore ad ogni momento che vivi, e dagli ancor più valore se lo potrai condividere con una persona speciale, quel tanto speciale da dedicarle il tuo tempo e ricorda che il tempo non aspetta nessuno.
Ieri? Storia.
Domani? Mistero.
E’ per questo che esiste il presente!!!
Ricorda ancora, il tempo non ti aspetterà.
Dai valore ad ogni momento a tua disposizione. Lo apprezzerai ancor di più se potrai condividerlo con qualcuno che sia speciale.
Il VALORE del tuo tempo è il VALORE della tua vita. Nè più .. nè meno....

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