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giovedì 19 marzo 2015

La moria delle api

La sindrome dello spopolamento degli alveari, ha causato perdite significative tra gli alveari. Negli ultimi anni, infatti, gli apicoltori hanno dovuto fronteggiare i danni prodotti da interi sciami di api morte, raccolte a piene mani, mentre in altri casi centinaia di migliaia di esemplari non hanno fatto più ritorno all’alveare, letteralmente scomparsi, probabilmente a causa della perdita dell’orientamento. Tale comportamento, definito Colony Collapse Disorder (CCD), in certi casi viene trattato separatamente dalle morti di massa benché le cause attribuite ai due fenomeni siano più o meno le stesse. L’aspetto più inquietante del CCD sta nel fatto che gli alveari lasciati vuoti non vengono saccheggiati da altre colonie di api come accade di solito, ma lasciati intoccati, come se fossero contagiosi.
E' necessario contenere il problema prima possibile, dato che le api sono gli insetti impollinatori principali per circa un terzo delle coltivazioni in tutto il mondo; secondo un rapporto delle Nazioni Unite, le colture il cui destino è legato a quello degli impollinatori rappresentano circa il 90 per cento del nutrimento mondiale, pertanto la moria degli impollinatori minaccia la biodiversità tanto da mettere a rischio in Europa circa 4 mila colture diverse.
I ricercatori hanno preso in considerazione numerosi fattori, incluse le infestazioni da agenti patogeni, le pratiche di apicoltura, l'esposizione ai pesticidi e gli inverni più rigidi.
Questo spaventoso fenomeno sembra che non debba minimamente influire la nostra vita quotidiana, fatta di banchi e scaffali pieni e prima di domande su cosa mangiamo (e cosa indossiamo), da dove arriva e come viene coltivato, ma soprattutto qual è il prezzo: ambientale e sociale.

Un esperto della Bayer, azienda chimica che tra le altre cose produce insetticidi, ha fornito al Congresso degli Stati Unito d'America la prova che i principali indiziati per la morte delle api erano gli acari varroa, parassiti esterni introdotti nelle colture americane negli anni Ottanta. Questi parassiti non scherzano: infettano le api causando il sopraggiungere della varroasi, una sindrome parassitaria priva di una cura risolutiva.
L'audizione della Bayer ha scatenato una discreta quantità di proteste. La pubblicazione ambientalista Friends of the Earth l'ha definita "antiscientifica" e ha chiamato in causa la famiglia dei neonicotinoidi, insetticidi dei quali Bayer non è però l'unica azienda produttrice. La teoria del legame tra neonicotinoidi e morte delle api ha iniziato ad affermarsi intorno al 2012.
Utilizzati fin dagli anni ‘80, questi pesticidi vengono assorbiti dalla pianta e trasferiti nella linfa da cui, poi, si distribuiscono a foglie, fiori, fusto e radici. Di conseguenza, quando prelevano nettare o propoli, le api vengono gravemente intossicate; basti pensare, peraltro, che per un ettaro di terreno coltivato a girasole sono sufficienti poche decine di grammi di pesticida e che questo resta disponibile in tracce nel terreno anche per la semina successiva. Ad aggravare la situazione, attualmente è in largo uso l’endoterapia, l’iniezione dei pesticidi direttamente nei vasi linfatici, utilizzata per il trattamento di piante ornamentali molto diffuse quali Aceri, Querce, Pioppi, Thuja ed Olmi.
Per quanto riguarda l’azione neurotossica, ne sono responsabili i principali pesticidi di nuova generazione, i cosiddetti neonicotinoidi a base di nicotina, i cui principi attivi sono l’imidacloprid, il clothianidin, il thiamethoxan ed il fipronil. Questi principi attivi hanno effetti devastanti sulle api perché bloccano sia il GABA (acido gamma-ammino-butirrico) che l’acetilcolina, due neurotrasmettitori di importanza fondamentale il cui arresto determina, tra l’altro, la perdita di orientamento descritta dalla CCD. Tali pesticidi oltre ad essere diffusamente impiegati nella coltivazione di colza, mais, girasole, barbabietole da zucchero e di molti altri prodotti agricoli, sono anche persistenti nell’ambiente.

Un team di entomologi guidati dal dottor Jerry Bromenshenk, della Bee Alert Technology (Università del Montana), in collaborazione con scienziati militari dell’Army's Edgewood Chemical Biological Center, sostengono che la casua della moria delle api sia da attrbuire all’azione di un virus (il cui vettore sarebbe l’acaro Varroa) e di un fungo (Nosema) proveniente dal Sud-Est asiatico, a seguito di immissioni di colonie di api non controllate.
Di conseguenza, tutta l'attenzione e tutti gli studi sono stati deviati e concentrati sul fungo e sulla produzione di un antimicotico in grado di sconfiggerlo, disinnescando così il meccanismo letale fungo – virus.
In merito a questo esiste un retroscena.....
Il dottor Bromenshenk ha ricevuto una cospicua borsa di studio per effettuare questa ricerca dalla Bayer Crop Science. Proprio lui che fino al 2003 aveva lottato contro la ditta farmaceutica, accusandola di aver provocato, con i loro pesticidi, il disorientamento di milioni di api a causa dei neonicotinoidi di cui sono composte, delle neurotossine che attaccano il sistema nervoso degli insetti ,copsì come riportato sul Conde Nast Portfolio magazine.
Si ipotizza che le api perdano l’orientamento e siano indebolite a causa dei pesticidi e forse degli OGM, che vengano quindi attaccate da virus e parassiti e che l’alveare svuotato non sia di conseguenza ricolonizzato per evitare il rischio di infezioni. In molti casi, infatti, i sopravvissuti all’abbandono delle arnie presentavano contemporaneamente 5 o 6 infezioni virali e diverse infestazioni fungine. Il parassita più temuto dagli agricoltori è l’acaro Varroa destructor, proveniente dalla Cina. Come una zecca, si attacca sul dorso delle api (ma può anche infettare le larve) e ne succhia il sangue indebolendo drasticamente il sistema immunitario e fungendo da vettore per moltissime malattie.
Un altro elemento va ancora tenuto in debita considerazione: molte piante sono state modificate introducendo il gene per le proteine Cry, estratte dal batterio del suolo Bacillus thuringiensis e che fungono da insetticida. Sembra che le Cry possano provocare squilibri intestinali nelle api che, se anche non muoiono, diventano una facile preda per virus e funghi; un articolo pubblicato sulla rivista Science afferma, tuttavia, che le quantità di Cry cui sarebbero esposte le api non è sufficiente ad indurre gli effetti suddetti sottolineando, invece, che i neonicotinoidi possono essere una causa più ragionevole.
Comunque sia, sul ruolo svolto dagli OGM nel “caso api” ancora mancano studi a lungo termine, solo a seguito dei quali sarà possibile dire l’ultima parola.
Fra le altre cause della crisi, vanno considerati anche i cambiamenti climatici che pare possano influire sulla comunità dell’alveare, i cui bioritmi sono finemente regolati dal susseguirsi delle stagioni, anche se al momento non vi sono prove in tal senso.

Si è persino pensato ad un’influenza da parte delle onde elettromagnetiche dei cellulari e di altre fonti introdotte dall’uomo ma, sebbene la teoria sia plausibile, una vera correlazione tra onde elettromagnetiche e disorientamento delle api non è mai stata appurata e le eventuali conseguenze, afferma Giorgio Celli docente presso l’Istituto di Entomologia Agraria Guido Grandi dell’Università di Bologna e coordinatore del Gruppo di Ricerca sulle Alternative ai Pesticidi in Agricoltura, non possono minimamente essere paragonate a quelle provocate dai pesticidi sistemici neurotossici o dalle infestazioni di virus e batteri.
foto del 18.03.2015



quest'ape è lì moribonda da più di un giorno, capace solo di spostarsi lentamente.
Un particolare: le api morte o stordite sono in gran parte cariche di polline 




Peter

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