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martedì 24 marzo 2015

Una società ricca di solitudine



Etimologicamente il termine solitudine rimanda alla parola “separare” composta da “se” e “parare”. La prima indica “divisone”, la seconda “parto”. Il termine solitudine rimanda alla separazione del nascituro dalla madre con la conseguente perdita di uno stato particolare.
La solitudine, nonostante offra all’uomo varie opportunità per maturare, è anche una condizione spiacevole, a volte spaventevole, che spesso diventa un nemico da cui fuggire a qualsiasi costo.
Diversi sono i tipi di solitudine: forzate, in genere imposte dalle circostanze della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’isolamento percettivo o l’abbandono di una persona cara, poi solitudini volute e ricercate tipo Quelle del creativo, o di chi sente il bisogno di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse o ancora una fuga dalle situazioni che non riesce a gestire.
In alcuni casi, la solitudine forzata è diventata, per qualche personaggio della storia, la condizione che ha permesso l’espressione di fantasia e creatività
La solitudine voluta può essere considerata una condizione privilegiata per aiutare l’individuo ad integrare i pensieri interni con i sentimenti. La meditazione, la preghiera e, a livello inconscio, il sonno operano questa trasformazione. Costruire un momento di solitudine e di silenzio aiuta la persona a ritrovare se stesso nell’oceano della vita. 
La paura di non esistere crea situazioni ricorrenti di emarginazione e di autoemarginazione.

Dal 48° Rapporto Censis emerge che che gli italiani amano i social network: il 49% degli utenti web e l’80% degli utenti tra 14 e 29 anni. E cresce il fenomeno dei selfie, visto come una componente della solitudine degli italiani piuttosto che una forma di relazione


Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuando l’individualismo. In realtà la meta proposta è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
Nel tentativo di contrastare la solitudine, l'uomo è disposto addirittura ad abbandonare, per non sentirsi solo, ad uccidere, per non sentirsi morire dentro. Il continuo bisogno di potere, espresso da persone influenti, può essere letto come una reazione alla solitudine.
La solitudine contiene, quindi, sia la depressione sia la reazione, quindi oltre alla disperazione vi è anche speranza e forza.

Esistono dei casi in cui l’individuo non può sfuggire alla solitudine: be segregazioni in celle d’isolamento, le prigionie di guerra, le privazioni o le limitazioni sensoriali, dovute ad esempio a certe malattie (cecità, sordità, interventi chirurgici deprivanti), sono solo alcuni esempi di solitudini forzate.
Saper star soli, rappresenta una preziosa risorsa. Permette agli uomini di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee e cambiare atteggiamento.
Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, di tutti i giorni, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita quotidiana. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività. Si può arrivare ad affermare che questo tipo d’investimento permette una vera e propria fuga dalla malattia mentale. Osservate le persone dedite prevalentemente al lavoro, sembra che non ne possano fare a meno. A volte si ha addirittura l’impressione che siano drogate. Non vi è da stupirsi se appaiono avide di lavoro. Per loro, forse, l’incapacità di reggere le emozioni di una relazione umana alla pari, le spinge alla solitudine. Spesso queste persone appaiono fredde, distaccate e poco accattivanti, ma è solo una conseguenza, volta a mascherare la debolezza e la vulnerabilità verso gli altri.
Spesso si ha paura di perdere quello che in realtà non si ha (la serenità, la consapevolezza, la sicurezza ecc.) e si teme la grande sfida col tempo: il cambiamento. La paura è, insieme alla solitudine, la protagonista della cultura contemporanea: paura di non avere, paura di perdere, paura di non sapere, paura di non arrivare in tempo, paura di sbagliare, paura di essere traditi, paura di vincere, paura di sapere, paura di ammalarsi, di morire, paura di aver paura, paura di rimanere soli…
Un neonato si sveglia solo nella culla e piange. Le memorie genetiche gli dicono che questo farà arrivare la mamma. Da qualche altra parte, nella stessa notte un bimbo gattona verso il letto dei genitori, chiedendo di dormire con loro. NON ha paura del buio, ma di essere SOLO nel buio. Proprio già in strada in quella stessa notte, una donna picchiata ritorna dall’uomo che l’ha picchiata, esattamente per la stessa ragione.
Senza dubbio, gli umani posseggono la memoria genetica di quando eravamo preda di predatori nella notte; senza dubbio questo grava sul perché nel buio non ci sentiamo a nostro agio e addirittura vulnerabili. Siamo una specie sociale che prima ha vissuto insieme, scoprendo sicurezza nel numero; avendolo poi trovato vantaggioso, lo ha scelto come stile di vita. Non solo ci piace la compagnia degli altri, ma ne siamo dipendenti, persino ne abbiamo bisogno su un piano psicologico.
Il pendolarismo per andare a lavoro è spesso una zona di solitudine … che immediatamente riempiamo con cellulari, ipad…e quant'altro possa essere necessario per evitarci di essere soli con i nostri pensieri ed emozioni.
La società è colma di migliaia di varie distrazioni quotidiane, fornendoci ampie occasioni di fuga dalla solitudine. Abbiamo persino inventato un paio di giochi di carte, quali perditempo, per impedirci di pensare alle cose a cui non ci piace pensare.
Senza dubbio la TV è cosi popolare per il fatto che non richiede molto pensiero, anzi ci porta via i pensieri, con tutti gli aspetti negativi del caso.
La maggior parte della gente dice che troppa solitudine la manda fuori di testa, per alcuni un tale isolamento in sé , è una via verso la salute mentale.
Poi ci sono quelli che sono cosi abbattuti e disillusi dalla vita, con la sua miriade di delusioni, che la solitudine diventa la scelta meno dolorosa e quindi la scelgono.

Ancora sui social network, quando putropoo diventano dissocial network: siamo costantemente in contatto con gli altri eppure ci sentiamo sempre più soli. Come è possibile? Tutta colpa di Facebook. Secondo gli esperti, il massiccio utilizzo dei nuovi media rischierebbe di travolgerci, poiché troppe voci produrrebbero solo un assordante silenzio, a volte collettivo: un modo di essere definito "follia collettiva" dalla  professoressa del Massachusetts Institute of Technology Sherry Turkle. 


Una delle tesi più sostenute è la seguente: stare a lungo al pc o sui social network aumenterebbe il senso di solitudine e di esclusione sociale con effetti negativi per il benessere psicologico, nonostante l'elevato numero di contatti virtuali intrattenuti

Intrattenere relazioni tramite i social network, coltivare la cerchia delle proprie amicizie tramite facebook potrebbe aggravare il senso di solitudine e isolamento sociale anziché alleviarlo, ma non sempre, dipende dall’uso che se ne fa. Quando, complice evidentemente anche il parziale anonimato di cui si gode su internet, i social sono utilizzati come mezzo per svelarsi, fare confidenze e parlare autenticamente di sé, confessando magari problemi che non si direbbero con facilità stando faccia a faccia, facebook e i contatti intrattenuti grazie ad esso diventerebbero un’importante fonte di supporto sociale diminuendo il senso di solitudine e incidendo positivamente sul benessere psicologico.
Peter

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