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lunedì 18 maggio 2015

Banane: cosa si nasconde dietro un bollino?

La produzione della banana, frutto tropicale, tra i più diffusi e conosciuti ammonta a più di 400 milioni di tonnellate (dati 1996). Chiquita, Dole e del Monte sono le tre più grosse multinazionali della banana e da sole controllano il 75% delle banane commercializzate nel mondo. Proprietari di vaste piantagioni in tutto il Centroamerica, annoverano tra i loro possedimenti anche centrali elettriche, ferrovie e flotte navali. Sono naturalmente potentissime presso il governo americano e le principali istituzioni economiche internazionali.

Le multinazionali della banana coprono l'intera catena: produzione, trasporto, attrezzature per la maturazione e la distribuzione. La loro posizione si basa sulle loro dimensioni e sul controllo di infrastrutture, navi e governi, ma anche sullo sfruttamento del lavoro e delle risorse ambientali.


Tra Europa e Stati Uniti è da anni in corso la guerra delle banane. Lo scontro è iniziato tempo fa con l'annuncio di Washington di imporre una tariffa supplementare del 100% su tutta una gamma di prodotti europei. All'Europa la decisione costava circa 500 milioni di dollari. Secondo gli Stati Uniti, questa cifra è equivalente alla perdita patita dagli esportatori di banane statunitensi, dovuta alla politica europea di importazione delle banane che favorisce le ex colonie.

La lista di violazioni che vengono quotidianamente perpetrate ai danni dei lavoratori e dell'ambiente da parte delle multinazionali della banana, è tanto lunga quanto poco conosciuta, pressoché ignorata dai mass media.

CONDIZIONI DI LAVORO BESTIALI
 La forza economica nel commercio della banana è nelle mani di alcuni grandi mercati che storicamente non hanno dovuto mai preoccuparsi degli effetti socio-economici e ambientali sulla popolazione e sui Paesi dove sono prodotte le banane. Gli operai delle piantagioni medie e grandi e i piccoli coltivatori che riforniscono il mercato mondiale sono esclusi dai benefici di questo lucroso mercato. L'aumento della concorrenza ha spinto i produttori a cercare di conservare alti margini di redditività; ma al prezzo di pesanti ripercussioni sul lavoro e sull'ambiente.

La dura vita del bananero
Sono le tre del mattino, quando Josè si alza per prendere l' autobus ed arrivare prima delle cinque alla piantagione. Ormai, dopo tanti anni, sembra aver accettato la propria sorte, anche se la nausea provocata dall'antiparassitario lo riporta bruscamente alla realtà.
 Una realtà drammatica per Josè, che rimase sterile proprio a causa di una di queste sostanze, che i padroni della piantagione hanno l'abitudine di spargere con l'aereo mentre i braccianti sono ancora nel campo. Lo aspetterà una giornata lavorativa di tredici ore, sotto il solito caldo umido (fino a 38°) tipico delle zone tropicali, per sei giorni su sette, a volte anche la domenica. Questo ritmo è necessario per avere un salario "decente", mentre la maggioranza dei lavoratori copre con fatica i bisogni essenziali della propria famiglia.
Se si ammala non verrà assistito e non gli spettano nemmeno i diritti di base che la legge riconosce a tutti i lavoratori, poiché Josè lavora lì da circa un mese e tali diritti spettano solo a chi resta più di tre mesi, periodo necessario per avere un contratto a tempo indeterminato.
Come lui, infatti, molti sono stati licenziati prima della scadenza del periodo di prova in tutte le altre piantagioni dove hanno lavorato, perché così vuole una prassi, ormai generalizzata, di riduzione dei costi e limitazione del potere sindacale. Ogni bracciante sa bene che non può parlare di diritti o di sindacato, perché rischierebbe il licenziamento e verrebbe inserito nelle famose "liste nere", a disposizione delle varie aziende del settore, che le consultano per evitare di assumere attivisti sindacali.

E i bambini? Anche loro lavorano nelle piantagioni, sotto un sole tropicale e un'umidità he a volte raggiunge l'80%. Soffrono quindi di malattie respiratorie, intestinali, della pelle, e talvolta, anche a causa della malnutrizione, ne deriva un ritardo mentale. Ovvio che di scolarizzazione non se ne parla.

La sofferenza delle popolazioni indigene e dei contadini è grande. Le terre indigene vengono facilmente invase dalle piantagioni, spesso con la complicità dei governi, incuranti di eventuali diritti acquisiti sui territori, che rappresentano oggi l'unica debole garanzia a tutela della sopravvivenza di questi popoli e delle loro antichissime tradizioni. La stessa sorte è riservata ai piccoli contadini, che subiscono enormi pressioni, con strumenti non sempre legali, per vendere le loro terre migliori alle ditte bananiere. Violazione dei più elementari diritti dei lavoratori
 La storia di Josè fornisce un quadro già abbastanza eloquente, benché parziale. Salari bassi, ritmi e condizioni di lavoro insostenibili, mancanza di garanzie sanitarie e previdenziali, violenze ed angherie che tendono ad annientare progressivamente la personalità, lavoro infantile, repressione sindacale (nel 1994 il sindacato del Costa Rica ha denunciato la presenza di squadre armate all'interno di piantagioni di proprietà Chiquita e Del Monte), condizioni peggiori per donne e immigrati, avvelenamento dei lavoratori con i pesticidi, che vengono sparsi con l' aereo in presenza dei braccianti o utilizzati dagli stessi senza le adeguate protezioni (circa 11.000 persone in tutto il Centroamerica sono rimaste sterili a causa di queste sostanze): tutto ciò caratterizza abitualmente la vita nelle piantagioni. Una delle cause dello sfruttamento è riconducibile all'uso del subappalto, attraverso il quale l'impresa bananiera affida alcune parti della produzione ad altre ditte, pagate dalla multinazionale sulla base di tariffe molto basse, che si ripercuotono poi sui lavoratori in termini si salari ridotti e trattamenti peggiori.



I DANNI ALL'AMBIENTE

Se per noi la banana è un "dessert", con il riso, il mais e il grano è l'alimento più importante del mondo. Ci sono intere popolazioni che si nutrono quasi esclusivamente di banane e la storia della sua coltivazione e sfruttamento è anche la storia, come nel caso dell'Honduras, del paese stesso e delle sue sofferenze. 
Nella produzione e nell'esportazione di questo bene solo una minima parte dei ricavi va al piccolo produttore, per non parlare del lavoratore che è soggetto a contratti stagionali, talvolta tramite mediatori. Il fenomeno del lavoro stagionale provoca una migrazione costante, da piantagione in piantagione, con il conseguente danno alla struttura familiare e la creazione di una povertà senza via d'uscita.

Le fasce di coltivazione sono ampie e riguardano in particolare i territori dell'America Centrale (Guatemala, Honduras, Panama, Costa Rica). Quella del banano, è una coltivazione invadente, per cui l'area di sfruttamento si allarga costantemente, con grave danno per la foresta e per le coltivazioni di sussistenza (mais, arachidi, patate dolci). Si tratta di una pianta molto delicata e soggetta a diverse malattie per cui va costantemente irrorata con antiparassitari generalmente spruzzati dagli elicotteri, che "piovono" non solo sui vegetali ma anche sui lavoratori della piantagione, con gravi conseguenze per la loro salute. 
Si è calcolato che il 35% dei costi del frutto riguarda gli antiparassitari. Tra i lavoratori si riscontrano intossicazioni, malattie polmonari, ustioni, sterilità. Le donne poi, che passano ore intere con le mani immerse nell'acqua in cui vengono lavati i frutti per togliere gli antiparassitari, soffrono di malattie alla pelle. Nel caso in cui sono incinte, le sostanze tossiche arrivano anche al feto, con tutte le conseguenze immaginabili.
Va segnalato inoltre che vermifughi, funghicidi ed erbicidi, molti dei quali prodotti da altre grosse multinazionali, come Dow e Novartis, e vietati nei paesi industrializzati, vengono tranquillamente usati nei paesi poveri, grazie a leggi più permissive. Alcune sostanze, poi, impoveriscono il terreno e spingono l'azienda, dopo alcuni anni, a vendere l'appezzamento spostando la piantagione su terre più ricche. Il campo abbandonato, tuttavia, difficilmente può essere nuovamente coltivato a causa della contaminazione del suolo.

Se qualcuno vi chiedesse com’è fatta una banana, non esitereste a rispondere: è tendenzialmente gialla e dalla forma allungata. Eppure al mondo ne esistono tante altre varietà – lunghe e sottili, corte e tozze, rosse, arancioni, verdi e blu – che nessuno conosce e che stanno lentamente scomparendo, come d’altronde rischia di fare anche la banana comunemente nota.
Il motivo è sempre il solito: il mercato globale impone la diffusione di una sola varietà – la Cavendish – per poter affrontare tutto l’anno una produzione standard, in enormi quantità e a prezzi contenuti. Questo sistema “industrializzato” dell’agricoltura ha determinato non solo la perdita di biodiversità, ma anche l’indebolimento della tipologia di banana commercializzata: i sistemi di coltivazione uniforme infatti a lungo andare diventano vulnerabili, incapaci di adattarsi agli imprevisti climatici, agli attacchi parassitari, ai funghi, etc.
Questa è la ragione che già da tempo ha posto in allarme la Fao: gli esperti hanno riscontrato la diffusione di un fungo che potrebbe compromettere l’85% della produzione mondiale di banane.
Ancora una volta siamo di fronte ad un esempio che dimostra come il mercato globale stia trasformando l’agricoltura in un’industria, dimenticandosi del delicato equilibrio tra uomo e natura e ignorando completamente il valore fondamentale della biodiversità: dagli anni ’50 ad oggi è andato perduto il 75% delle varietà vegetali sviluppate nei precedenti 10.000 anni, un danno catastrofico per il Pianeta e per l’uomo.
Per questo – come ricorda Slow Food – diventa sempre più importante tutelare la biodiversità, coltivare in piccola scala, produrre di meno, ma dare più valore a ciò che si produce senza sprecare, mangiare soprattutto cibo locale, sostenere contadini, pescatori e pastori che conoscono il fragile equilibrio della natura e operano in armonia con gli ecosistemi.
Non smetteremo mai di ripeterlo: mangiare prodotti locali e di stagione, coltivati nel rispetto dell’ambiente è il primo passo per garantire a tutti un’alimentazione sana e uno sviluppo sostenibile per il pianeta.
Cosa possiamo fare nel nostro piccolo per non incentivare questo sistema?– ridurre il consumo di banane e prediligere frutta proveniente da produzioni locali

   La banana ed il kiwi sono frutti che hanno le seguenti desiderabili caratteristiche dal punto di vista della distribuzione:

  • Si possono avere tutto l'anno;
  • Sono sempre uguali a sé stessi, non riservano sorprese al consumatore;
  • Non ci sono problemi di maturazione, la maturazione avviene artificialmente e si possono ottenere allo stadio di maturazione richiesto nel quantitativo richiesto;
  • Hanno una buona shelf life;
  • Si possono maneggiare con facilità;
  • Hanno un prezzo costante e noto, indipendente dalle richieste di mercato.

   Dal punto di vista del consumatore, inoltre, il fatto che le banane non riservino sorprese è fondamentale. Una recente indagine statistica, infatti, ha messo in luce che, se per affezionarsi ad un particolare prodotto occorrono in media dieci assaggi positivi, ne basta uno negativo per disaffezionarsi. E poi, diciamolo, la banana è un frutto comodo e piace, col suo alto tenore zuccherino, ai bambini. Si può portare a scuola o in ufficio con facilità e si può mangiare senza sporcarsi.
Ecco quindi il segreto del suo successo: piace ai commercianti, che di conseguenza la promuovono, e piace ai consumatori. Eppure, se pensate ad una pesca, non ad una pesca qualsiasi, ma ad una buona pesca, di quelle sugose e zuccherine, e ad una banana, chiudendo gli occhi ed immaginandola sulla lingua, cosa preferireste in questo momento? Una pesca? Bé, certo, le banane saranno anche buone ma di fronte ad un frutto maturo al punto giusto fanno ridere, come dire, sono un ripiego. L'ideale, quindi, sarebbe consumarne meno, solo occasionalmente, come si fa con il mango, la papaya o in generale con la frutta tropicale. Solo che, per fare questo,bisognerebbe attingere a della frutta locale di qualità, che non ci deluda, ma questo è un altro discorso, continuiamo invece a parlare di banane.
Come è già successo in passato per la varietà "Gros michel", la varietà Cavendish è, a causa della coltivazione intensiva, soggetta all'attacco di svariati parassiti che, nel giro di breve,ne renderanno non conveniente la coltivazione, costringendo le multinazionali della banana ad investire ingenti capitali nella conversione delle coltivazioni. Già ora il quantitativo di antiparassitari, vermicidi e fungicidi necessario per la coltivazione della varietà Cavendish, inoltre, sta suscitando giustamente l'allarme dei consumatori e l'indignazione delle associazioni per i diritti umani che sottolineano la bassa speranza di vita dei lavoratori del settore e la diffusa sterilità dovute all'uso di DBCP, un vermicida il cui uso è vietato in Europa ed in Nord America ma che viene regolarmente usato nelle piantagioni di banane controllate dalle multinazionali.
Una coltivazione nazionale basata sull'adozione di diverse varietà, oltre a differenziare il prodotto finale aumentandone l'appetibilità per il consumatore, consentirebbe di ridurre l'uso di trattamenti sulle piante abbassando i costi di coltivazione e mettendo un frutto privo di residui dannosi sul mercato come reale competitore della banana Cavendish che, anche se preferiamo ignorarlo, è spesso inquinata con prodotti chimici pericolosi. Le monoculture, tanto amate dalle grandi industrie per le economie di scala che si possono realizzare, pagano solo all'inizio, e questo è noto. 

Le banane raccolte prima del picco climaterico non produrranno etilene (l'ormone che scatena il processo di maturazione) e quindi potranno essere conservate con facilità per tempi molto lunghi. Quelle raccolte dopo, invece, produrranno etilene e questo ne causerà la maturazione in tempi relativamente brevi. Ovviamente, come per tutti i frutti, quelli raccolti prima del picco climaterico ed avviati alla maturazione in un ambiente saturo di etilene saranno qualitativamente peggiori. Le banane cavendish hanno un gusto "accettabile" anche quando raccolte prima del picco climaterico e portate artificialmente a maturazione e questo le rende appetibili alle multinazionali che, in questo modo, possono gestirne il trasporto via nave e la maturazione "on demand".

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