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giovedì 20 agosto 2015

Medici Senza Frontiere contro le leggende sanitarie anti-immigrati

FOTO: medicisenzafrontiere.it
Medici senza frontiere ritiene che non vi siano dati obiettivi, né evidenza scientifica, che possano confermare l’esistenza di un rischio sanitario direttamente connesso alla presenza di persone di origine straniera sul territorio nazionale”.
L’occasione è stata offerta dalla richiesta di un parere sulla ordinanza sanitaria anti-immigrati del sindaco di Alassio. Ma la relazione di Stella Egidi, specialista in malattie infettive dell’organizzazione, non si limita al provvedimento del primo cittadino ligure (definendone i presupposti “evanescenti e privi di solide basi scientifiche, forieri peraltro di generalizzazioni e stereotipi in grado di provocare allarmismi ingiustificati e sentimenti di pregiudizio nei confronti dei cittadini stranieri), ma scrive un piccolo manuale sulle leggende sanitarie utilizzate in chiave xenofoba.
Leggendolo si apprende per esempio che fin dal 2011 i migranti vengono visitati al momento dello sbarco. E che, dai dati raccolti in quell’anno, emerge che ci furono solo venti allerte – “peraltro di banale gestione e a limitata contagiosità (infestazioni, sindromi respiratorie, gastroenteriti)”. In definitiva, ribadisce Msf, “Ad oggi, non ci risulta che si ravvisino le condizioni per ritenere che vi sia a livello locale, così come nazionale, un’emergenza sanitaria in qualche modo collegata all’arrivo di popolazioni migranti sul nostro territorio”. E ancora: “Nel corso di oltre dieci anni di attività mediche fornite alla popolazione migrante irregolare in Italia, Medici Senza Frontiere non ha memoria di un solo caso in cui la presenza di immigrati sul territorio sia stato causa di un’emergenza di salute pubblica. Dall’analisi dei dati raccolti nel corso delle attività cliniche condotte da MSF nel CPSA di Pozzallo, risulta che su oltre 7.200 arrivi ci sono stati 24 casi sospetti per Tubercolosi, di cui solo 3 confermati”.
La dottoressa Egidi quindi prende in esame, una per una, le malattie indicate nell’ordinanza. Che poi sono quelle ricorrenti nelle leggende sanitarie sull’immigrazione.
La Tubercolosi. E’ probabilmente la patologia che meglio si presta, anche attraverso equivoci statistici, per connettere un pericolo sanitario alla presenza degli immigrati. Infatti è vero che tra loro l’incidenza della tbc è più alta. Il fatto è che non lo è al momento dell’arrivo in Italia, ma cresce dopo alcuni anni di permanenza. Detto in altre parole: gli immigrati non portano, ma prendono la tbc in Italia. E questo per una ragione banalissima. Si tratta di una malattia nella cui patogenesi le condizioni di abitative e di vita sono fondamentali. “Nel caso del migrante, il rischio di riattivazione dell’infezione una volta a destinazione è più elevato a causa di una serie di fattori: le condizioni di vita (denutrizione o cattiva nutrizione, scarsa igiene), di lavoro e di alloggio (permanenza in luoghi chiusi, sovraffollati e scarsamente arieggiati e illuminati)”. Insomma, per combattere la tbc tra gli immigrati bisogna consentire loro di mantenere lo stesso stato di salute del momento dell’arrivo.
Hiv. Qua il tono di Medici senza frontiere è sconsolato. “Non vi è davvero molto da dire - scrive la dottoressa Egidi – E’ ridondante ricordare che non si tratta di una malattia a trasmissione aerea né ad alta contagiosità, richiedendo per il contagio la trasmissione sessuale o ematica. Anche qualora si ipotizzi un prevalenza particolarmente elevata dell’infezione tra i migranti di recente arrivo (cosa tutta da dimostrare), essa non rappresenterebbe una minaccia per la popolazione di Alassio, in quanto per la trasmissione si richiederebbe un contatto sessuale o ematico (per prevenire il quale, peraltro, sono ovunque disponibili validi e semplici strumenti protettivi). Vale anche la pena ricordare che l’infezione da Hiv in Italia è tuttora presente nella popolazione residente, nonostante se ne parli sempre meno”.
Ebola. E’ stato il grande allarme dell’anno. Con notizie totalmente false su “casi tenuti nascosti”. Mentre è “molto improbabile” che la malattia possa arrivare in Italia attraverso gli immigrati. Per una ragione semplice: chi si prende l’ebola in Africa, muore molto prima di arrivare. “Tuttavia – scrive Medici senza frontiere - anche nell’ipotesi remota che un individuo infetto sbarchi in Italia, si deve ricordare come le modalità di contagio richiedano il contatto con i liquidi biologici della persona per provocare l’infezione (motivo per cui una persona infetta ma asintomatica non è contagiosa), e non la semplice permanenza sulla stessa barca o sullo stesso autobus”. Quindi Msf sottolinea che “nfatti, dall’inizio dell’epidemia, i soli casi di ebola notificati nel nostro paese sono stati quelli di operatori umanitari infettatisi nel corso delle loro missioni sul terreno e evacuati in Italia per ricevere le cure necessarie (esitate peraltro nella guarigione completa)”.
Scabbia. Qua l’aspetto sorprendente è il fatto che questa malattia banalissima, che si cura con una pomata, venga accostata a malattie mortali. La dottoressa Egidi ricorda che si tratta di “una malattia globale, diffusa in ogni Paese di ogni continente (compreso il nostro), e mantenuta in vita da condizioni di vita precarie e dalla scarsa igiene”. Una malattia “tipica di fasce sociali svantaggiate, di individui senza fissa dimora, di persone con grave disabilità psichiatriche e di comunità chiuse, proprio perché la scarsa igiene personale e il sovraffollamento abitativo sono i primi fattori di rischio per il contagio”. Se spesso i migranti ne sono affetti “è semplicemente dovuto alle condizioni abitative e di vita che hanno conosciuto prima della partenza dal nord Africa (dove spesso vengono detenuti o ammassati in centri di raccolta”. Infine, non è stato segnalato nemmeno un caso di scabbia tra tutti gli italiani che oprano durante gli sbarchi o lavorano nei centri di accoglienza”.

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