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mercoledì 18 novembre 2015

OGM non bastano, allora serviamo Nano-alimenti

I nano-alimenti, trattati con dei nano-pesticidi e contenuti in nano-imballaggi, si moltiplicano. In compenso: profitti astronomici per gli industriali e dei rischi ambientali e sanitari oggi impossibili da valutare. Il tutto in una totale, e incredibile, assenza di regole e di controlli.
Degli alimenti intelligenti che si adattano ai gusti del consumatore, degli indumenti che respingono l’acque, dei materiali che si autoriparano, della “polvere intelligente” che registra discretamente le conversazioni… Benvenuti nel nano-mondo! Un universo in cui la scienza manipola delle particelle invisibili al microscopio e accatasta degli atomi della scala del nanometro, cioè un miliardesimo di metro [1]. Le nanotecnologie saranno alla base di una terza rivoluzione industriale nel corso del XXI secolo, ci promettono.
Una rivoluzione che passa anche per i nostri piatti. Perché queste nanoparticelle sono già presenti negli alimenti industriali, i pesticidi agricoli, gli imballaggi alimentari, i recipienti di immagazzinaggio… senza controllo né etichettatura. Delle particelle che, per via delle loro minuscole dimensioni, attraversano le barriere biologiche e possono circolare in tutto l’organismo: la pelle, i tessuti, il cervello… Allora, pronti per un nutrimento “atomicamente modificato”, dagli effetti sconosciuti? 
Almeno 106 nano-alimenti già commercializzati 
Difficile elencare i nano-alimenti esistenti. I costruttori hanno capito che le incertezze che circondano oggi le nano-particelle possono spaventare i consumatori. Essi non comunicano chiaramente sul loro utilizzo. Secondo la ONG Les Amis de la Terre [Gli Amici della Terra], è tutta la catena alimentare ad essere oggi “contaminata”. Il suo rapporto intitolato “Du Laboratoire à nos assiettes: les nanotechnologies dans l’alimentation et l’agriculture” [Dal laboratorio ai nostri piatti: le nanotecnologie nell’alimentazione e l’agricoltura], compila la lista di 106 prodotti alimentari, dal succo di frutta “fortificato” agli integratori alimentari vitaminizzati passando per un “nano-tè”.
L’Agenzia francese di sicurezza sanitaria dell’ambiente e del lavoro (Afsset) calcola ogni settore senza distinzione 2.000 nanoparticelle manifatturate già commercializzate, e più di 600 prodotti di consumo che li riguarda. Se queste cifre sono difficilmente verificabili per l’assenza di tracciabilità, delle stime situano il mercato dei nano-alimenti a più di 5 miliardi di dollari nel 2005, con delle previsioni di 20 miliardi di dollari per il 2010. Il gruppo di consulenti Helmut Kaiser prevede che il ricorso alle nanotecnologie riguarderà, da oggi al 2015, il 40% degli alimenti industriali.
Una tecnologia di comodo per i paesi ricchi
Del silicato di alluminio per impedire l’agglutinazione degli alimenti in polvere, del ketchup addensato con del diossido di silicio, delle salse imbiancate al diossido di titanio… I nano-alimenti ci apporterebbero, secondo i loro sostenitori, dei maggiori vantaggi culinari: del cioccolato o dei gelati senza lipidi e senza zuccheri, che conservano lo stesso gusto dell’originale, un olio (Shemen Industries) che inibisce l’ingresso del colesterolo (Nanotrim di Nanonutra) che brucia i grassi. O la possibilità di modificare il gusto di un alimento secondo i nostri desideri. Delle industrie come la Nestlé cercano di creare i “nano-alimenti del futuro”.
Il gigante agroalimentare Kraft Foods (Stati Uniti) fa parte di questi pionieri. Nel 2000, ha finanziato un consorzio di 15 università e laboratori di ricerca, Nanotek, per creare del nutrimento “intelligente” e personalizzato, come gli alimenti che contengono centinaia di nano-capsule, riempite di sapori, di nutrimenti, di diversi colori. Un forno a microonde potrebbe aprire, secondo la frequenza delle onde, una capsula ben determinata, secondo i desideri del consumatore. Un nutrimento interattivo in qualche modo, che può anche trasformarsi se una persona è allergica a un componente, o liberare una dose di supplemento nutritivo se rileva delle carenze. Kraft Foods, l’ideatore di questo progetto, è proprietario dei marchi di cioccolata Milka, Côte d’Or, Toblerone, Suchard, e del caffè Carte Noir, Grand’Mère, Jacque Vabre o Maxell. Immaginate domani il vostro caffè di colore rosa e al gusto di banana che vi apporta la vostra dose quotidiana di vitamina C… O del cioccolato che sprigiona degli aromi di carota di modo da curare i vostri postumi dell’ubriachezza. Formidabile, no?
Delle nano al gusto OGM
Perché questo dispiegamento di tecnologie? “Sul piano alimentare, non si capisce a cosa serva,” spiega Rose Frayssinet, della ONG “Les amis de la Terre”. “È come l’usanza nel tessile: a cosa servono delle calzature ‘senza odore’ con del nano-argento? Le nanoparticelle partiranno con l’acqua nel giro di quattro lavaggi, e andranno a divorare i microbi sino alle stazioni di epurazione. In vista di quanto ciò viene a costare, qual è l’utilità sociale di tutto questo? Sono delle tecnologie a vantaggio dei più ricchi”.
Alcuni vedono i nano-alimenti come un vantaggio per i contadini del Sud. Il loro credo? Delle nano che aumenterebbero la produttività agricola e permetterebbero di lottare contro la fame. Una promessa che ricorda quella delle lobbie biotecnologiche e i loro OGM. Il paragone non si ferma qui: rischi sanitari e ambientali, privatizzazione del vivente o combinazione di atomi con dei brevetti industriali, vendita sul mercato di prodotti la cui innocuità non è provata… Dei nanocidi (pesticidi che utilizzano le nano-tecnologie) intelligenti che necessiteranno un dosaggio meno importante dei pesticidi attuali, e non causerebbero nessun danno agli insetti? Il fatto che siano delle imprese come Monsanto, Bayer o Syngenta che li sviluppano non può che invitare a restare molto prudenti sull’argomento…

Verso un nuovo scandalo sanitario?
Nel caso degli OGM, abbiamo obbligato Monsanto a rendere pubblici degli studi parziali di tossicità nascoste all’opinione pubblica. Degli studi simili sulla nocività delle nano particelle non esistono, sottolinea la Fondation Sciences citoyennes. E coloro che hanno suonato l’allarme sono attualmente dissuasi con tutti i mezzi (denunce…) dal contrastare la propaganda ufficiale“. Per Rose Frayssinet, siamo di fronte a un rischio ancora più grande degli OGM. “Gli OGM, rappresentano un settore, mentre le nanotecnologie riguardano tutti i settori. I rischi sono tanto più difficili da analizzare. Non si può avere una visione globale delle implicazioni“.
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Difficile infatti controllare il comportamento delle nano-particelle. Esse non rispondono alle leggi della fisica classica, ma a quelle della meccanica quantistica. Costruire delle particelle, atomo per atomo, manipolare la materia a livello delle molecole, è entrare in un mondo di incertezza assoluta. Le proprietà delle particelle, come la loro tossicità o la loro persistenza biologica, variano secondo le loro dimensioni. Di fatto, le conoscenze attuali sugli effetti tossici delle nano-particelle mani-fatturate sono molto limitate.
I dati disponibili indicano che alcune nanoparticelle insolubili possono superare le diverse barriere di protezione, distribuirsi nel corpo e accumularsi in alcuni organi, essenzialmente a partire da un’esposizione respiratoria o digestiva“, avverte uno studio dell’ Afsset, del 2006. Le nanoparticelle si diffondono negli alveoli polmonari, il sangue, la barriera emato-encefalica che protegge il cervello, o la placenta. Verso la fine del 2008, un nuovo rapporto dell’Agenzia giudica che la nano-tossicologia fornisce “dei risultati ancora poco numerosi, disparati e a volte contraddittori” e che “non è tuttavia possibile escludere  a quella data l’esistenza di effetti nefasti per l’uomo e l’ambiente“. In quanto all’Agenzia francese di sicurezza sanitaria degli alimenti (Afssa), dopo aver ricordato che degli studi esterni mostrano possibili alterazioni dell’DNA da parte delle nanoparticelle [2], essa confessa “l’impossibilità di valutare l’esposizione del consumatore e i rischi sanitari legati all’ingestione delle nanoparticelle“. Molto rassicurante…
Nanoparticelle: l’amianto del XXI secolo?
Uno studio britannico dimostra l’esistenza di un effetto indiretto delle nanoparticelle che danneggerebbero “a distanza” il DNA [3]. Marie-Claude Jaurand, direttore di ricerca all’INSERM, accusa i nanotubi di carbonio, materiale ultra resistente utilizzato nell’industria, per i loro effetti “simili a quelli dell’amianto“, concernenti la produzione di lesioni del DNA e la formazione di aberrazioni cromosomiche. Di fronte a questi rischi, cosa fanno gli organi competenti? Non molto. Gli strumenti regolativi sono inadatti. Ministeri e agenzie sanitarie sono completamente superate (i documenti più recenti pubblicati sul sito del ministero della Salute pubblica datano al 2007). La valutazione dei rischi deve essere totalmente ripensata.
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Un insetto drone, controllabile a grande distanza e dotato di telecamera, microfono e siringa. Secondo le autorità è in grado di prelevare DNA o iniettare dispositivi RFID di localizzazione nella persona-obiettivo.
I sistemi di autorizzazione di commercializzazione poggiano sulla composizione chimica dei prodotti. Per le nanoparticelle, ciò non basta, perché gli effetti dipendono anche dall’organizzazione spaziale degli elementi atomici e delle loro dimensioni. Un elemento non tossico può diventarlo su scala nanometrica. “Il diossido di titanio e i diossidi d’argento non hanno le stesse proprietà a livello nanometrico e a livello macroscopico,” Rose Frayssinet. “Non hanno le stesse proprietà a secondo che misurino 20 nano o 60 nano. Per studiare i rischi, bisognerebbe dunque condurre degli studi per tutte le scale“. Ma ciò costa caro. E mancano gli strumenti. “Secondo i test europei, non appena si modifica un alimento, uno studio di innocuità è obbligatorio. Ma nessuno lo sa fare. Un anno fa, non vi era nessun filtro veramente sicuro per recuperare le nanoparticelle. Senza contare che i tempi di studio essendo troppo lunghi, i risultati arriveranno dopo la commercializzazione. Si richiede ai costruttori di lavorare in sale bianche, con degli scafandri. E poi dopo, si mettono i prodotti sul mercato. È aberrante!“.
Per quel che riguarda la produzione e la commercializzazione, gli industriali si riferiscono alla direttiva europea REACH. Quest’ultima è tuttavia insufficiente. Soltanto le sostanze chimiche prodotte in quantità superiori a una tonnellata per anno vi sono sottoposte. Vista la dimensione delle nanoparticelle, questa quantità di produzione non è sempre raggiunta. E per il momento, non esiste nessun obbligo di etichettatura, anche se il Parlamento europeo comincia ad interessarsi di questo problema.
Lo Stato finanzia senza preoccuparsi delle conseguenze
No data no market” (nessun dato, niente mercato). Questa è la posizione difesa da numerose associazioni ecologiste, che sperano di essere fatte dai sindacati dei salariati. Esse chiedono una moratoria sui nanoprodotti. E le procedure di valutazione dei rischi calcolati. Le ONG si augurano anche discutere dell’utilità sociale delle nano tecnologie, in particolare nel settore alimentare.
Il governo francese ha lanciato nel 2009 il piano Nano-Innov, che mira a porre la Francia tra i paesi all’avanguardia nelle nano-scienze, incoraggiando la ricerca fondamentale a lavorare “con le imprese per mettere a punto delle tecnologie, depositare dei brevetti, creare dei prodotti“. 70 milioni di euro sono stati investitio l’ultimo anno a questo progetto. Parallelamente, nessun fondo è stato investito sugli studi tossicologici e sugli impatti sanitarie e ambientali.

Valérie Pécresse, ministro dell’insegnamento superiore e della ricerca, ha sottolineato in occasione del lancio di questo piano di eccellenza della ricerca nazionale sulle nanotecnologie (5° su scala mondiale) [4] ma si rammarica che soltanto 290 brevetti siano stati registrati nel 2005, il che rappresenta meno del 2% dei brevetti nazionali. Perché il settore può guadagnare molto. La National Science Foundation (NSF) americana valuta il mercato delle nanotecnologie in mille miliardi di dollari nel 2015. Secondo la Fondation Sciences citoyennes, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati moltiplicati uasi per dieci tra il 1997 e il 2003 (3,5 milliardi di euro), con una previsione di crescita del 40% all’anno. “I ricercatori ci dicono spesso: basta che si parli di ‘nanotecnologie’ nei nostri progetti per avere del denaro per effettuare delle ricerche” dice Rose Frayssinet.
Le multinazionali della farmacia e dell’agrochimica sono in prima fila per fabbricare inoltre dei nano-alimenti. Al contrario di sistemi alimentari organizzati localmente ed ecologicamente sostenibili, si prepara una nuova rivoluzione alimentare, basata sull’accaparramento da parte di alcune aziende private degli elementi costitutivi della materia e della nostra alimentazione. Dopo il cibo spazzatura, eccoci trasformati in cavie della nano-abbuffata, con il silenzio complice dello Stato.

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