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mercoledì 5 ottobre 2016

Grani antichi e affari moderni

fonte immagine: tempadelfico.com
La crisi del grano nasce con le speculazioni in corso nel Chicago Board of Trade.
E’ una crisi internazionale. Ma in Puglia e in Sicilia presenta alcune peculiarità. In Sicilia i terreni potrebbero diventare oggetto di speculazioni turistiche. Ma anche per guadagnare sui grani antichi che la Regione siciliana, fino ad oggi, non ha saputo gestire.
Però bisogna prima fare fallire gli agricoltori siciliani. E di questo si stanno occupando le multinazionali, vendendo prodotti agricoli a prezzi stracciati. Frutta e grano. Anche la Regione lavora per affossare gli agricoltori: basti pensare all’aumento dei canoni idrici. Non stupiamoci se, tra qualche anno, le multinazionali piombate in Sicilia ci venderanno il pane a prezzi duplicati o triplicati
L’ultimo carico di grano duro coltivato chissà dove è arrivato ieri nel porto di Pozzallo. L’ennesimo colpo per i produttori di grano duro della Sicilia che sono ormai allo stremo. La crisi della granicoltura della nostra Isola – che si inserisce in un contesto di crisi nazionale e internazionale – dà comunque la misura della totale assenza di un Governo regionale che, anche in questo settore, brilla solo per demagogia, per clientelismo (ormai non commentiamo più gli sperperi che vanno in scena con i miliardi di Euro dei Piani di Sviluppo Rurale) e, soprattutto, per incapacità.

I conti sono molto semplici. In questo momento il prezzo del grano duro, in Sicilia, oscilla tra i 14 e i 18 centesimi di Euro al chilogrammo. Vendendolo a questo prezzo, gli agricoltori non si pagano nemmeno le spese di produzione. Per pareggiare i costi, infatti, il prezzo di un chilo di grano non dovrebbe scendere sotto i 24 centesimo di Euro.

Perché si registra questa grande crisi? E che cosa ci sta dietro? La Coldiretti ha messo a punto un dossier. Dove si parla delle speculazioni che si spostano dalle banche ai metalli preziosi, fino ai prodotti agricoli: sono queste speculazioni, tutt’ora in corso, che hanno fatto crollare il prezzo del grano su valori inferiori a quelli di 30 anni fa: da qui la spaventosa crisi di questi giorni.

Partiamo, insomma, da uno scenario economico e finanziario internazionale. Da dove si evince con chiarezza che i prezzi di certi prodotti agricoli – grano in testa – dipendono solo in parte dall’andamento della domanda e dell’offerta. A giocare un ruolo preponderante sono le strategie speculative che vanno in scena nelChicago Board of Trade, che è il punto di riferimento mondiale del commercio di prodotti agricoli. Dove, per la cronaca, si investe anche con contratti derivati.

“Il risultato – dicono alla Coldiretti – è che oggi il grano duro per la pasta viene pagato anche 18 centesimi al chilo, mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio Italia. In pericolo – sottolineano sempre alla Coldiretti – non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”

Il paradosso di questa storia è che, se andiamo a verificare cosa succede nella filiera del grano, ci accorgiamo che, passando dal grano alla pasta, i prezzi aumentano di circa del 500%; mentre passando dal grano al pane, i prezzi crescono, addirittura, del 1400%. I margini per restituire reddito agli agricoltori ci sono: ma su questo punto dovrebbero intervenire i governi: il governo nazionale, attraverso il Ministero delle Politiche agricole; e i governi regionali.

Fino ad oggi il governo nazionale non ha fatto nulla. Un fatto gravissimo, se è vero che il nostro Paese è il principale produttore europeo di grano duro con una superficie coltivata pari a circa 1,3 milioni di ettari e una produzione annua di circa 5 milioni di tonnellate: produzione di grano duro che si concentra nel Sud Italia, con particolare riferimento alla Puglia e alla Sicilia che, insieme, rappresentano il 42% della produzione nazionale di grano duro.

Più limitata la produzione di grano tenero – che invece si concentra nel Centro Nord Italia – con una produzione su circa 3 milioni di tonnellate, con una superficie pari a circa 600 mila ettari.

La speculazione è internazionale, ma in Italia – soprattutto con riferimento a Sicilia e Puglia – presenta alcune particolarità. In Puglia hanno scoperto un batterio – la Xyliella – che colpisce gli ulivi secolari. Tanto da giustificare l’eradicazione di ulivi secolari del Salento. Azioni giustificate? Si sta indagando. Soprattutto dopo che si è scoperto che nei luoghi dove sono state effettuate le eradicazioni ci dovrebbe passare un metanodotto!

Xiliella a parte, va detto che Puglia e Sicilia, già da tempo, fanno gola a chi intende realizzare grandi affari. Nel turismo e in agricoltura. Il riferimento, in questo caso, è ai grandi gruppi economici internazionali.

Ormai è di dominio pubblico che le multinazionali gestiscono immensi terreni nel Nord Africa. La frutta estiva che invade i mercati italiani a prezzi irrisori arriva da lì. L’obiettivo è costringere gli agricoltori a cedere le proprie aziende, magari a prezzi stracciati. Non è un mistero per nessuno che tantissimi piccoli agricoltori delle Sicilia orientale, già da qualche anno, ‘ammazzati’ dalla concorrenza sleale delle produzioni nord-africane, rischiano di dover cedere i propri terreni agricoli ad eventuali acquirenti, o direttamente ad Equitalia.

La rivolta dei Forconi, nel Gennaio del 2011, scoppiò proprio per questo motivo.

Lo stesso discorso vale per il grano. Nel caso di Puglia e Sicilia, come già ricordato, parliamo di grano duro. Facendo crollare i prezzi, gli speculatori sperano di accaparrarsi i terreni? Il dubbio c’è.

“E se mi fanno un’offerta decente sarò il primo a vendere. Mi sono stancato di produrre grano in Sicilia. In queste condizioni è impossibile andare avanti”.

Questo lo sfogo che abbiamo raccolto da Cosimo Gioia, titolare di un’importante azienda agricola dalle parti di Valledolmo, provincia di Palermo. Un’azienda che produce anche grano, naturalmente duro.

Le parole di Gioia pesano come macigni. Perché si tratta di un personaggio che, qualche anno fa, ha provato a fare chiarezza proprio sul complicato mondo del grano duro siciliano.

Erano gli anni del governo regionale di Raffaele Lombardo l’ ‘autonomista’. L’allora governatore dell’Isola chiamò Gioia come dirigente generale del dipartimento Agricoltura.

“Facciamo chiarezza sul grano?”, chiede Gioia a Lombardo. Risposta dell’allora presidente della Regione: “Sì”.

Così Gioia decide, a tutela della salute dei Siciliani, di verificare la salubrità dei grani che arrivano in Sicilia con le navi. Non potendo controllare i carichi di grano – ruolo che spetta ad altre autorità – Gioia si inventa i controlli di qualità.

Nella nostra Isola gli importatori di grani che arrivano da chissà dove sono tre:Casillo, che è pugliese; il gruppo Misuraca di Caltanissetta; e il gruppoBarranco di Gela.

Insomma, per dirla in breve, Gioia scopre che i grani che arrivano in Sicilia con le navi sono pieni di micotossine, sostanze, mettiamola così, che non fanno proprio bene alla salute… Ed è anche logico. Intanto questi grani d’importazione non è detto che vengano coltivati senza l’ausilio di pesticidi già banditi dal nostro Paese perché tossici oltre i nostri limiti di legge. Per non parlare del trasporto, che in molti casi avviene su navi petroliere trasformate in navi per il trasporto del grano.

Noi ricordiamo ancora i giorni in cui Gioia dispose i controlli di qualità sulle navi cariche di grano nei porti siciliani. E ci chiedevamo: che cosa arriva sulle nostre tavole?

“Ma una volta che una nave di questa attracca in un porto dell’Unione Europea – ci racconta Gioia – possono scaricare il grano in un qualunque Paese dell’Unione”.

Gioia non aveva pensato soltanto a bloccare nei porti siciliani i grani pieni di micotossine. Aveva ipotizzato un marchio per il grano duro siciliano, provando a trovare una formula – anche di mercato – per garantire ai produttori siciliani un reddito che li avrebbe messi al riparo dagli speculatori.

Ovviamente tra le navi cariche di grani pieni di micotossine hanno avuto la meglio su Comico Gioia e sul suo progetto di marchio per il grano duro siciliano. E’ stato mandato via dal dipartimento Agricoltura della Regione da un presidente Lombardo che gli ha allargato le braccia. Della serie: qui se non ti mando via questi se la prendono con me…

E oggi? Tutto come prima. Con le navi cariche di grani provenienti da chissà dove che scaricano i grani. Chi li controlla?

Altra domanda: se lo scenario è questo chi avrebbe interesse ad accaparrarsi le aree cerealicole della Sicilia?

Risposta: forse l’interesse potrebbe risiedere nei grani antichi, che potrebbero diventare un grande affare.

Potrebbero esserlo anche oggi, un affare, per i produttori siciliani. Perché, oggi, non mancano gli agricoltori – soprattutto giovani – che vorrebbero scommettere e che scommettono sui grani antichi della Sicilia. Ma ci vorrebbe la politica.

Facciamo l’esempio della cultivar Tumminia (o Timlia). Il pane di Tumminia (chi è che non conosce il ‘Pane nero di Castelvetrano?), già oggi costa più del pane normale. Ai produttori di questa particolare varietà di grano dovrebbe essere riconosciuto un prezzo maggiore. Invece così non è.

Non c’è, in Sicilia, una politica agricola, a parte le mance, i piccioli a palate da spartire ai ‘giovani agricoltori’ (ma dove sono?) e le altre storielle (sarebbe da passare a setaccio il mondo dell’agricoltura biologica della Sicilia, soprattutto per capire qual è l’effettiva produzione e che mercato ha).

Non c’è, ma ci potrebbe essere. Ovviamente, con un’organizzazione che non potrà essere quella della Regione siciliana, che in agricoltura – tolti gli interventi sul vino e sull’olio d’oliva di fine anni ’90 del secolo passato – ha fatto solo buchi nell’acqua.

Arriveremo a dover comprare il pane fatto con il nostro grano da multinazionali che rileveranno una parte, se non tutte, le aree cerealicole della Sicilia? Magari per farcelo pagare a prezzi elevati?

La cosa non ci stupirebbe. Grazie ai Governi Lombardo e Crocetta, oggi, la Nestlèci vende la nostra acqua: parliamo dell’acqua Vera, l’acqua dei monti Sicani finita alla multinazionale svizzera.

Del resto, che idea credete che si saranno fatti della Sicilia le multinazionali, se il governo regionale regala i propri soldi al governo nazionale? Che cosa debbono pensare se vedono che il Governo Renzi e il PD trattano i Siciliani come limoni da ‘spremere’? Pensano, giustamente, che la Sicilia sia una ‘colonia’, con i terreni agricoli che, ‘opportunamente trattati’ (dagli speculatori, ovviamente), possono essere rilevati a prezzi da saldi di fine stagione.

Basta ‘ammazzare’ – cosa che stanno facendo – la frutticoltura estiva siciliana, impedendo agli agricoltori di vendere i propri prodotti (a causa dei prezzi bassi molti agricoltori non raccolgono nemmeno la frutta estiva). Idem per il pomodorino e i datterino di Pachino. E idem per il grano. Se poi la Regione – cosa che il Governo Crocetta sta facendo – aumenta il costo dell’acqua per irrigazione, beh, le multinazionali non possono che ringraziare…

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