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mercoledì 11 gennaio 2017

Cosa c'è dentro un Telegiornale?

da ricerca google immagini 

Comunicare: è ciò che facciamo tutti i giorni -a parole, con i gesti, scrivendo, o anche solo con le espressioni facciali. È accertato che una funzione principale della comunicazione è l’esercitare un’influenza: con un semplice esempio, anche solo raccontando a un amico cosa si ha fatto il giorno precedente, si vuole suscitare in lui interesse e sorrisi, ci si aspetta che dal suo ascolto segua una sua risposta, che può andare da un’opinione, a un’esclamazione, o quant’altro; nel momento in cui vi separerete, lui avrà il ricordo del nostro racconto: ha ricevuto qualcosa in quei minuti di dialogo, i suoi pensieri sono stati rivolti a voi, sarà stato quindi, anche solo per poco, influenzato. Più tecnicamente, anche solo con un saluto al vicino di casa, vogliamo “incidere attivamente sulla realtà sociale”.
Il mondo della comunicazione è vasto, e in un esempio come questo l’influenza è meno visibile. Ma quando si parla di dibattiti tra tifosi di squadre diverse, o di confronti su opinioni contrastanti, essa diventa molto più esplicita: lo scopo di ogni interlocutore è “manipolare” l’idea dell’altro, trovarvi i difetti, affinché possa arrivare a pensarla come lui.
Dall’altro lato però, ognuno deve anche avere la forza di difendersi dai tentativi di manipolazione altrui, e sviluppa quindi “qualche competenza per fronteggiare la pervasività”[2] delle influenze, innescando un confronto sociale: se non avessimo questa competenza, saremmo in balia delle idee degli altri e daremmo sempre ragione a chiunque su qualunque cosa, il che sarebbe un gran problema per il nostro senso di identità e per la nostra sanità mentale.

Perché persuadere gli altri? Di solito perché ci si aspetta che da un cambio di opinioni, credenze, valori, ne segua anche un cambio di atteggiamenti e comportamenti, che gioveranno al persuasore: così, se diciamo al collega di lavoro che Vasco Rossi è un ottimo cantante e lo persuadiamo, lui potrebbe decidere di accompagnarci al suo concerto, rendendoci felici di condividere con lui questi momenti; se convinciamo l’amico che un politico è meglio di un altro, l’amico lo voterà e ne parlerà bene anche agli altri conoscenti, alimentando la possibilità che questo ottenga un determinato incarico e faccia ciò che desideriamo. È una reazione a catena che, una volta compresa, risulta molto semplice e scontata.
PERCHÉ CI FIDIAMO DEI TELEGIORNALI
Usiamo come soggetto principale l’interesse in questione, i media. Chiameremo il giornalista “fonte”, dalla quale provengono le informazioni che ci vogliono persuadere.
Perché solitamente ci fidiamo senza dubbi della fonte? Perché ci aspettiamo che, in quanto membro di un tg che detiene le informazioni nazionali, essa sia credibile, abbia quindi una conoscenza di sicuro approfondita in un determinato ambito, e soprattutto sia sincera, visto il suo ruolo di informatore dei cittadini. Un telegiornale statale è più affidabile, ad esempio, di un blog di universitarie. Ma non lasciatevi ingannare da queste prime impressioni.
Noi ci fidiamo della fonte, che solitamente parla in maniera neutra. Se infatti essa cominciasse a parlare di un politico elogiandolo in tutti i suoi aspetti, perderemmo fiducia in essa, pensando che voglia solo manipolare le nostre idee: per questo tutti i tg mantengono un certo equilibrio di opinione… o almeno, lo danno a vedere.

Altro motivo per cui diamo fiducia alla fonte è l’aspetto fisico: a primo acchito, ci fideremo maggiormente di un uomo in giacca e cravatta o in canotta e shorts? Di una donna con camicia e tubino, o in vestito da sera scollato e sbracciato? Anche se certe volte non ce ne rendiamo conto, l’immagine fa la sua parte. Un esempio sono anche le foto dei delinquenti: perché i tg li mostrano sempre in primi piani a bassa risoluzione, con sguardi vuoti, o in cui appaiono visivamente provati? (vedi foto di confornto a lato). Lo scopo è di amplificare le emozioni negative nell’audience tramite le immagini, con la “brutta faccia dell’assassino”.
Nonostante quanto appena detto, abbiamo le prove reali che la fonte sia sincera, affidabile, e davvero composta nella sua vita e nel suo lavoro? Ogni frase e ogni immagine giocano su questi elementi di persuasione, e noi ricambiamo con quella che in termini scientifici è detta condiscendenza superficiale, basata sul concetto di identificazione: ci fidiamo di una persona seria, sincera, intelligente e famosa, poiché ci identifichiamo con queste sue ammirevoli qualità.


LA PAURA SUSCITATA DAI MEDIA
Ma se la fonte vuole modificare il nostro comportamento, perché quotidianamente ci mette al corrente di fatti spaventosi e preoccupanti? Vuole farci emotivamente del male?
Non proprio. È interessante come la paura sia suscitata col dosatore: noi non ce ne rendiamo conto ma i media ci presentano un’alta percentuale di notizie negative, per poi “tirarci su il morale” con qualche notizia positiva. Il motivo è che se ci fossero solo tragedie il genere umano cadrebbe nello sconforto e non avrebbe più speranze, mentre se fosse comunicato solo il meglio del mondo la gente non si interesserebbe dei fatti, concludendo che tutto va bene e che non serve scomporsi per fare qualcosa per il mondo. L’unico problema di questa tattica, definita appello alla paura, è che i media tendono ad alzare il numero di brutte notizie semplicemente per aumentare gli ascolti della propra rete rubandoli a un’altra, “per lo scoop” come si suol dire, per suscitare più interesse, per guadagnare più fama e denaro: e le persone iniziano seriamente a perdere fiducia nel mondo. L’equilibrio si sta rompendo, l’informazione è storpiata dagli interessi mediatici, e il pubblico ne risente nella quotidianità.

Dopotutto, le televisioni sanno che le brutte notizie attraggono tutti, indistintamente; infatti, per l’effetto di negatività “tendiamo a prestare attenzione alle notizie negative più che a quelle positive”: i motivi sono due: uno è di tipo cognitivo, per il quale noi abbiamo delle aspettative innate e inconsce che le persone si comportino esattamente come noi, cioè positivamente e secondo le leggi morali; per un fenomeno detto di figura-sfondo, ciò che è brutto balza subito all’occhio perché va contro l’idea che abbiamo del mondo in cui viviamo. Il secondo motivo è motivazionale, simile alla genesi dello stereotipo spiegata più avanti, e prevede che per adattamento al mondo che ci circonda noi dobbiamo conoscere tutto ciò che è pericoloso per la nostra incolumità, affinché possiamo apprendere come difendercene in futuro. È un processo involontario e istintivo, dopotutto siamo animali anche noi: quando c’è in ballo il pericolo per la vita, rizziamo sempre le orecchie senza necessariamente volerlo.
Avrete sentito tutti questa frase almeno una volta nella vita: “La violenza fatta vedere in televisione fa diventare a sua volta violente le persone!”. Non è un falso detto, è un modo semplice per definire il cosiddetto trasferimento dell’eccitazione: chi prende visione di immagini spaventevoli o ascolta parole piuttosto forti nel significato, prova sentimenti negativi di paura mista a rabbia dentro di sé, sentimenti che rimangono latenti, cioè nascosti, in noi. Quando poi si spegne la televisione, questi sentimenti si attivano verbalmente o fisiologicamente in contesti del tutto diversi, perché -con termini di psicologia- inconsciamente l’individuo “interpreta in maniera scorretta la fonte della propria eccitazione”. Non è quindi falsa, ma anzi fonte di studi numerosi, l’idea che più si pubblicizza la violenza, più questa si moltiplica.
Se le fonti parlano di furti diffusi e il giorno prima hanno rubato nella casa del nostro vicino, la paura aumenta; così come se viene pubblicizzato l’aumento degli stupri di notte, e voi abitate dietro a un bar malfamato della zona. Questo effetto si chiama resonance: la paura aumenta perché ci si percepisce meno sicuri nella vita reale dopo aver ascoltato delle brutte notizie. Questo effetto sarà minore per chi abita nel primo caso in un quartiere dove nessuno ha mai rubato, o nel secondo caso lontano da luoghi popolati di notte.
LO STEREOTIPO
Che noia un mondo tutto uguale. Creare delle categorie è una natura umana che tutti possediamo, e i media la governano al meglio.
Quando parliamo con una persona per la prima volta, abbiamo bisogno in pochi secondi di capire come relazionarci con lei: ad una donna che inizia il discorso con “mi scusi” dobbiamo sorridere ed essere cordiali; con un uomo che ci guarda torvo e che ci richiama con “ehi tu”, subito stiamo in allerta perché pensiamo possa avere brutte intenzioni. Questi sono stereotipi sociali naturali, utili a ogni persona per capire fin da subito se e come assumere determinati atteggiamenti: se non li possedessimo, non sapremmo attivare difese immediate come ad esempio la fuga o le parole di risposta adatte al contesto.

I telegiornali amplificano questi stereotipi, per loro è una sorta di “obbligo morale”, il fornire un’immagine il più accurata possibile dei gruppi sociali: così gli avvocati sono sempre ricchi, i malati di mente sempre pericolosi, i giovani sempre disoccupati, le donne col tacco a spillo al supermercato sempre poco di buono. Noi potremmo difenderci dicendo che cerchiamo di non partire prevenuti nella vita quotidiana, ma se dietro di noi cammina un magrebino, la prima cosa che facciamo è mettere al sicuro il portafogli.
PRENDERE POSIZIONE SENZA DARLO A VEDERE
Abbiamo scritto poco fa che i tg tentano di mantenere un equilibrio di opinione, anche se spesso implicitamente non è così. Vediamo un esempio: nel 2007, nel periodo di campagna elettorale, le fazioni politiche promettevano nel loro programma dei forti provvedimenti per diminuire la concentrazione del crimine in Italia. Le più importanti testate giornalistiche hanno parlato proprio in questo periodo quasi solo di omicidi e rapine. Lo scopo era di innalzare il timore nella gente, e spingerla a votare, basandosi su questo tema molto in voga piuttosto che su altri temi più importanti fatti passare in secondo piano, i partiti d’interesse, che l’avrebbero così difesa dai pericoli più frequenti -o almeno così sembrava-:  si chiama nei manuali teoria della motivazione alla protezione, e si ha quando “l’individuo è spinto a proteggersi poiché 1) percepisce il problema come effettivamente grave, 2) si sente vulnerabile rispetto ad esso, 3) percepisce i comportamenti raccomandati come efficaci per fronteggiare la minaccia”.
Al mondo, così come intorno a noi, succede una miriade di fatti: con che criterio i media selezionano quelli che dovranno comunicarci?
Spesso, come abbiamo appena visto, i fini vengono decisi dall’alto, sono quindi politici, o comunque vi è un interesse a convincere le persone di qualcosa -torniamo al punto di partenza, la persuasione-. La tattica si chiama agenda-setting: la fonte non ci dice come pensare, ma a cosa pensare, selezionando le notizie che più devono essere amplificate a seconda del periodo politico-economico. I media scelgono per noi i nostri interessi, li mettono in agenda, enfatizzandoli con un’attenta attività di filtraggio. Così si ha il periodo in cui è più importante la crisi economica, poi quello in cui lo è l’immigrazione, poi il caso “mucca pazza”, come pure il terrorismo islamico: la gente riporrà la sua fiducia ai potenti che prometteranno la risoluzione del problema “di moda” in quel periodo. E si ritorna alla teoria della motivazione alla protezione citata poco fa.

Un’altra tattica utilizzata è la scelta di frame, cioè di “inquadramento” della posizione che si vuole assumere affinché risulti nella luce migliore, più convincente, più positiva. Esempio quotidiano: se una fonte, parlando di immigrazione, definisce gli stranieri “rifugiati” o “richiedenti asilo”, vi è una chiara presa di posizione nei loro confronti; viceversa non si sostiene il loro arrivo se li si definisce “profughi”, “clandestini”, o peggio ancora facenti parte dell’ “ondata migratoria”.
I tg vogliono chiamare l’attenzione della gente trasmettendo i servizi come fossero dei film; immaginate la noia che comporterebbe una fonte che parla solo di dati economici e dibattiti in parlamento: la gente il più delle volte non è intenditrice, non conosce i termini tecnici né le dinamiche complesse.
Soluzione? Semplificare. E cosa c’è di più immediato e semplice di un litigio spiegato in termini spinti? Di un omicidio descritto nei dettagli? Ciò fa entrare l’audience in una sorta di telefilm, e ogni giorno c’è desiderio di sapere il seguito. La cronaca diventa una fiction: si chiama tecnica del montaggio, e i media la sfruttano trattando i processi giudiziari come delle vere e proprie serie a puntate, in cui siamo curiosi di sapere se il delinquente andrà in galera o meno. I tg ammplificano l’interesse con espressioni da film, aggettivi che descrivono i sentimenti dei processati, colonne sonore drammatiche durante la descrizione dei fatti, inquadrature diverse, sottolineatura dei piccoli dettagli insignificanti. Dallo scopo iniziale di informare la popolazione dei fatti alla serie televisiva vera e propria, i tg perdono effettivamente il loro ruolo principale, e i confini concettuali tra fiction e cronaca sono sempre più incerti.
Ciak, si gira! I media fissano sempre la presenza di un buono e di un cattivo, polarizzano, cioè rendono più marcata, la distanza tra il bene e il male, e la vicenda si svolge in un teatro di conflitti a colpi di sentenze e nuove prove prima celate. Chi vincerà?

AGIRE NELL’INCONSCIO
Tattiche meno visibili avvengono nella gestione della sintassi, cioè nella struttura delle frasi, e i media tendono sempre a giocare sul ruolo svolto da chi fa l’azione, di chi agisce, dell’agente.
Il trucco è sopraffino, e agisce nel nostro inconscio: quando a compiere una brutta azione è qualcuno di ben visto dall’opinione pubblica -usiamo come esempio un poliziotto-, si cerca sempre di non nominare l’agente, ma solo l’azione o un oggetto coinvolto (“l’arma da fuoco ha colpito accidentalmente un innocente poco distante”), diversa sintassi se l’agente ha compiuto un’azione eroica (“il poliziotto ha sparato al malvivente bloccando la sua fuga”). Abbiamo il contrario nel caso l’agente sia malvisto dalla società -scegliamo un tossicodipendente-, la cui buona azione lascerà celata l’identità (“uno sconosciuto si è tuffato per salvare il bimbo che stava per annegare, salvandolo”), mentre la brutta notizia si legherà alle sue caratteristiche negative di persona (“un giovane tossicodipendente si è tuffato in acqua, mentre il bambino è annegato nel giro di pochi secondi”).

Un altro modo di influenzare tramite la sintassi lo spiegheremo con un esempio, in quanto ancora più latente e complesso.
Definiremo col termine scientifico ingroup il gruppo in cui noi ci riconosciamo; banalmente l’italiano, il lavoratore, lo sposato con figli.
Definiamo outgroup chi non ci rispecchia, anzi chi è solitamente vittima di stereotipi negativi; prendiamo il clandestino, il solitario, quello senza fissa dimora o con precedenti penali.
Se una persona appartenente all’ingroup compie una buona azione, questa sarà descritta con termini che sottolineano la tipica personalità del soggetto e le sue caratteristiche fisse: così si parlerà dell’italiano coraggioso che è gentile, è premuroso e altruista con il suo compagno di lavoro.
Gli aggettivi sono astratti, generici, parlano proprio della tipica personalità del connazionale a posto. Ma se l’azione è negativa? L’italiano colpisce col bastone il negoziante, e i gioielli vengono rubati. Notate la differenza: nel primo caso si sottolinea la personalità dell’italiano, generalizzabile, nel secondo caso si parla solo di fatti accaduti in quell’occasione.
Come nel paragrafo precedente, abbiamo anche qui l’esatto contrario: (occasionalmente) il clandestino offre del cibo all’italiano in difficoltà, e lo incoraggia con delle parole. Viceversa -notate ora i termini astratti- il clandestino aggredisce con violenza, mostrando cattiveria e, sottolineiamo in questo caso, è pure solitario e senza fissa dimora.

Sembrano quasi barzellette questi esempi, o dei montaggi, ma non è così: vi invitiamo ad aguzzare l’attenzione la prossima volta che guarderete un tg!
Dopo aver letto e compreso questi esempi, guarderete la televisione con altri occhi: quelli di persone consapevoli e libere dai vincoli dei trucchi mediatici.


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