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lunedì 26 febbraio 2018

Camminiamo per allontanarci da stress e preoccupazioni


Camminare allevia la tristezza, lo stress e rigenera il cervello


camminare rigenera il cervello allevia la tristezza e lo stress

Se ti senti triste, preoccupato o ansioso, uno dei migliori rimedi naturali è camminare. Allontanati dalla fonte del problema e immergiti nella natura.

Non c’è niente di meglio di una bella passeggiata per alleviare il dolore, sbarazzarsi dello stress accumulato e ricaricare le batterie.
Infatti, è noto che l’esercizio fisico, e camminare in particolare, è un’ottima terapia per il trattamento della depressione e dell’ansia. È stato dimostrato che camminare a ritmo sostenuto favorisce il rilascio di endorfine, degli ormoni che ci fanno sentire felici e rilassati, mentre riduce la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress.
Inoltre, i neuroscienziati della Princeton University ritengono che gli effetti di una sana camminata vadano ben oltre la produzione momentanea di alcuni neurotrasmettitori, ritengono infatti che camminare regolarmente può addirittura contribuire a rigenerare il cervello aiutandoci ad affronatare meglio, e con meno stress, i problemi della quotidianità.

I “neuroni calmanti” nel cervello

Questi ricercatori hanno lavorato con due gruppi di cavie, un gruppo è rimasto attivo e l’altro è stato destinato ad una vita sedentaria. Dopo aver camminato, gli scienziati analizzarono i loro cervelli e scoprirono che negli animali che avevano fatto attività fisica si attivarono alcuni neuroni che inibiscono l’attività delle cellule nervose troppo eccitate.
In seguito aggiunsero un po’ di stress ambientale e riscontrarono l’attivazione dei neuroni eccitabili nell’ippocampo, una regione del cervello coinvolta nelle risposte emotive. Tuttavia, gli animali che camminarono furono in grado di affrontare meglio anche questa attivazione cerebrale dato che si attivarono anche i “neuroni calmanti” per evitare che l’impatto della situazione fosse eccessivo e per mantenere sotto controllo lo stress.
Questi risultati, che i neuroscienziati considerano validi anche per gli esseri umani, potrebbero spiegare il motivo per cui camminare ci aiuta a rilassarci e dimenticare preoccupazioni e dolori. Tutto indica che quando camminiamo si attivano nel cervello i “neuroni calmanti” che vanno ad inibire l’eccitazione dei neuroni che sono alla base delle preoccupazioni, le elucubrazioni e lo stress.
Ciò indica che l’attività fisica aiuta a riorganizzare il cervello, quindi è meno probabile che le persone che camminano e fanno regolarmente attività fisica soffrano di alti livelli d’ansia e lo stress interferirà meno durante la loro vita quotidiana. Fondamentalmente, camminare rafforza il meccanismo d’inibizione che impedisce alle cellule nervose più eccitabili di divenire iperattive.

Per beneficiare al massimo della camminata è meglio scegliere un percorso immerso nella natura

Non è la stessa cosa camminare su un tapis roulant, tra le quattro mura di una palestra, che farlo in città o immersi nella natura. I neuroscienziati della Heriot-Watt University lo dimostrarono monitorando l’attività cerebrale di 12 persone mentre queste camminavano per 25 minuti in un centro commerciale, uno spazio verde e una strada affollata. L’elettroencefalogramma mobile monitorò le loro emozioni e stati come la frustrazione, la meditazione, l’entusiasmo e l’attenzione.
Così scoprirono che il rilassamento e la meditazione erano più intensi quando i soggetti camminavano attraverso spazi verdi. Queste persone provavano anche un minor senso di frustrazione. Questo avviene perchè negli spazi verdi il nostro cervello riesce a staccare completamente e attiva quella che che viene definita “attenzione involontaria”, avendo la possibilità di muoversi più liberamente in uno stato abbastanza simile a quello della meditazione mindfulness. Al contrario, nelle strade e nei centri commerciali dobbiamo rimanere più attenti, quindi non abbiamo la possibilità di scollegarci completamente dalle nostre preoccupazioni e non permettiamo al nostro cervello di riposare.
FONTE: .salutecobio.com ( L I N K )

venerdì 23 febbraio 2018

L'involuzione della scuola



È proprio vero che responsabili e tifosi dell’invalsizzazione coatta della Scuola italiana non ne comprendano le implicazioni, le ricadute, le conseguenze?
È vero probabilmente per i “tecnici” dell’Invalsi, il cui stipendio dipende proprio dal loro non comprenderle.
Un po’ meno vero, probabilmente, è per i mandanti del progetto che vede la Scuola sottomessa all’Invalsi e l’Università assoggettata all’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).











La progressiva sottomissione del sistema scolastico italiano all’Invalsi, infatti, otterrà sicuramente alcuni risultati:
  1. l’espropriazione graduale della valutazione dalle mani degli insegnanti (visto che la valutazione degli insegnanti non è più considerata “oggettivamente misurabile”);
  2. il successivo trasferimento della valutazione stessa dagli insegnanti al “Ministero della Verità” costituito dall’Invalsi, ente esterno finanziato dal Governo e “vigilato” dal MIUR (dunque dall’esecutivo, cioè dai partiti di Governo e dai loro mandanti esterni);
  3. l’avanzante subordinazione della didattica al superamento dei quiz da parte degli studenti;
  4. il crescente peso dell’ideologia didattica e formativa dominante (indirizzata dai potentati economici attraverso il potere politico ed attraverso l’Invalsi);
  5. il progressivo superamento della figura del Docente e della sua libertà di insegnamento, ormai subordinati a criteri falsamente “oggettivi” imposti dai poteri che dominano la società;
  6. il graduale annullamento della capacità della Scuola di preparare per il domani una società diversa, più umana, ossia non organizzata soltanto secondo criteri aziendalistici, produttivistici, economicistici, mercatistici.
Chi vuole risultati simili? Quali sono gli stakeholder (“portatori di interessi”, per usare un termine caro agli usurai che dominano il pianeta) cui sta tanto a cuore l’involuzione antropologica alla quale la Scuola italiana sta velocemente cedendo le armi?

Ignorantizzazione” di massa

È un dato di fatto che i risultati che noi docenti riusciamo a raggiungere con i nostri alunni si sono progressivamente ridotti negli ultimi trent’anni. Complice di questo disastro è sicuramente l’involuzione che l’intera società italiana ha subito a seguito dell’ideologia consumista: del cui trionfo già cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini ci avvertiva. Trionfo acuito dal progressivo (ed eterodiretto) allontanamento delle masse dalla politica attiva mediante la strategia della tensione; dalla parabola discendente della credibilità dei Sindacatoni “maggiormente rappresentativi” e dei loro partitoni di riferimento; dalla nascita e dall’affermazione delle televisioni berlusconiane (i vari Canile 5) e di quelle “berluscomorfe”; dal venticinquennio di predominio neoliberista che abbiamo appena vissuto, con l’alternarsi di governi identici sul piano dei programmi e delle politiche, pervicacemente e costantemente basate su tre pilastri: privatizzazione, riduzione della spesa pubblica e smantellamento dello stato sociale.
Per contrastare tutto ciò, la Scuola avrebbe dovuto semplicemente non adeguarvisi: ossia mantenere fermi quei capisaldi culturali che avevano sempre fatto del sistema scolastico italiano uno dei migliori del mondo. Il che non vuol dire rimanere fermi: la Scuola deve esser sempre alla ricerca del progresso e del miglioramento.

Perché portare gli alunni non meritevoli alle classi successive?

Però miglioramento e progresso non possono ottenersi con la rinuncia al rigore epistemologico, alla serietà, alla verità. In parole povere, non si può fingere che la Scuola possa diventare più democratica col 6 politico. La Scuola è un’istituzione che deve garantire ai cittadini l’istruzione, ossia la possibilità di elevarsi culturalmente e socialmente, con benefici effetti per la società tutta. Non si può rendere obbligatoria de facto per i docenti l’ammissione degli alunni non meritevoli alle classi successive.
Si sarebbe dovuto eliminare gli ostacoli, economici e culturali, che impediscono a tutti lo stesso livello di partenza nell’acquisizione della cultura. Non si sarebbe dovuto rendere più elementari i programmi per rendere più facile la promozione generalizzata.
Non si sarebbe dovuto eliminare dalle Scuole Medie l’insegnamento del latino (come si fece nel 1979 per una singolare convergenza tra PCI, CGIL e Confindustria, tutti tanto preoccupati per i poveri figli degli operai!). Lo si fece per non sottoporre gli studenti “alla tortura del latino”: ed è stato un errore gravissimo, perché sono proprio le classi più deprivate ad aver bisogno di studiare le discipline più formative! Anche Antonio Gramsci la pensava così (e lo scrisse nei Quaderni dal carcere). Eppure oggi questa idea, così ovvia e di buon senso, suona talmente eretica da esser sostenuta unicamente dall’eretico Sindacato Unicobas Scuola & Università!

Tornare alle lingue classiche

Idea eretica, ma condivisa anche dal professor Alessandro Barbero (storico insigne e ordinario di Storia medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”); il quale, durante il XIII Festival Internazionale della Storia, svoltosi a Gorizia dal 25 al 28 maggio 2017, ha pronunciato queste parole: «Un tempo si sapeva di dover uscire dalla Scuola dopo aver appreso a grandi linee tutte le cose più importanti della cultura. Per molto tempo a scuola ci andavano in pochi: per le classi dirigenti ciò era normale, però si dava per scontato che andare alle Scuole Superiori e al Liceo era indispensabile per avere un ruolo dirigenziale nella vita”.
“L’esercito italiano nella Grande Guerra aveva un disperato bisogno di ufficiali; tanto che alla fine mandò a comandare plotoni e compagnie i diciannovenni, purché avessero finito le Scuole Superiori! Si accettavano anche i diplomati di Istituto Tecnico, purché diplomati, perché i diplomati scarseggiavano, ma si preferivano i diplomati dei Licei. Forse perché il latino e il greco serve in trincea? Sì, evidentemente! Questa era la loro risposta! In Inghilterra, per fare il pastore anglicano, bisognava laurearsi a Oxford o Cambridge. Poi si è giustamente stabilito che la cultura comune non deve appartenere solo a poche élite, e che tutti devono possederla. E che tutti i giovani devono studiare negli anni della vita in cui i loro padri e nonni erano costretti a lavorare.

Dalla scuola di massa all’alternanza scuola-lavoro

A quel punto sono spuntati fuori quanti dicono: “A che cosa serve che i figli degli operai studino il latino?”. E subito dopo: “Ma il libro di testo è proprio necessario? Oggi si fa tutto online!”. Quando a scuola ci andavano solo i figli dei padroni, tutti sapevano che i contenuti appresi a scuola fanno di te una persona più forte e con più possibilità.
Quando anche i figli degli operai sono andati al Liceo, si è cominciato a dire che il Liceo non serve. E così siamo arrivati al punto che la grande conquista della scuola di massa (ossia l’aver permesso a tutti i giovani di studiare contenuti elevati senza chiedersi a cosa servano nell’immediato lavorativo) viene demolita nel comune sentire, perché “poco spendibile sul mercato del lavoro”. Con la legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”) si è tornati a dire ai ragazzi di sedici anni (come ai loro nonni sessant’anni fa) che “un po’ di lavoro lo dovete fare”: ed ecco l’alternanza scuola-lavoro!»
Il professor Barbero è costretto purtroppo a condividere con tutti gli altri suoi colleghi Docenti universitari un’esperienza comune: quella del progressivo scivolamento dei corsi universitari verso la “licealizzazione”, ovverosia la discesa degli standard formativi universitari verso i livelli che prima erano propri dei Licei.
In parole povere, chi oggi consegue una laurea triennale ottiene una preparazione culturale pari a quella che trent’anni fa si poteva ottenere con un diploma di Scuola Superiore. Ciò accade perché, a loro volta, le Scuole Superiori portano oggi i propri studenti a livelli culturali di poco superiori a quelli un tempo conseguiti con la licenza media inferiore; e la Scuola Media Inferiore, a sua volta elementarizzata, si accontenta ormai di erogare conoscenze e competenze un tempo raggiunte alla Scuola Elementare (la prima del pianeta fino al 1990)

Le pietre del primo incontro tra Maya ed extraterrestri


Sensazionale Scoperta in Messico! Trovate in una grotta le “Pietre del Primo Incontro” tra gli Extraterrestri e i Maya


Residenti che si trovano nella perfieria di Puebla, vicino Veracruz (Messico), hanno trovato delle pietre di giada con misteriose incisioni che sembrano rappresentare alcuni esseri dall’aspetto umanoide con grandi teste, simili a veri e propri Alieni.

Questa scoperta era stata fatta nel mese di Marzo 2017, e la notizia era stata rilasciata via Twitter dal giornalista Javier Lopez Diaz che lavora a CincoRadio, dove sono state pubblicate alcune immagini delle pietre che stanno per essere studiate e analizzate da esperti. Quello che si può vedere inciso sulle due pietre potrebbe rappresentare un vero “contatto” con esseri provenienti da altri mondi, avvenuto durante lo sviluppo della Civiltà Maya.

L’autenticità dei reperti trovati in una grotta nella periferia tra Puebla e Veracruz, sembra essere confermata grazie alla ispezione della grotta dove sono stati trovati altri reperti, tra cui petroglifi di importanza storica che riproducono delle vere e proprie scene di un Inontro tra esseri di Altri Mondi e rappresentanti del Popolo Maya. Infatti le pietre ritrovate sono state chiamate le “Pietre del Primo Incontro”.


La spediazione nella grotta


Dopo poco più di tre mesi dalla scoperta delle pietre, una spedizione di ispezione è stata fatta dal gruppo “Treasure Seekers” dove il ricercatore della JAC Detector José Aguayo, il Maestro Manuel, insieme a Rangel Vigueras, Asrael, Héctor Pavón, Claudia Vázquez e qualche altro collaboratore, hanno trovato per caso una pietra scavata nella grotta dove ci sono dei disegni impressi con forme aliene. L’ispezione nella grotta è avvenuta per ben 2 volte, la prima a Maggio e la seconda il 12 Giugno 2017.





Dopo aver camminato diverse ore attraverso la boscaglia per raggiungere una serie di tre grotte private, che si trovano entro i confini di Veracruz e Puebla, due dei membri del team di ricerca hanno immediatamente segnalato alcune scoperte sorprendenti, come ad esempio una e più pietre che si trovavano all’interno della grotta, in cui erano visibili immagini che rappresentano la possibile relazione storica tra umani e alieni. Poi è stata notata con sorpresa la presenza di un metallo che i dirigenti della spedizione, dicono che potrebbe essere oro.





Nelle pietre documentate situate nella grotta, a prima vista sono visibil vari disegni intagliati tra i quali le navi aliene e esseri dall’aspetto umanoide; in una delle pietre, che a quanto pare è stata rotta dalle spedizioni precedenti, si può nnotare la parte superiore di una nave spaziale con un essere che viene nel nostro mondo e un ex capo della cultura preispanica che sembra avere apparentemente una spiga di grano. Ci sono altri simboli da decifrare ma queste pietre la gente del posto le chiamavano “pietre del primo incontro.”









Secondo la leggenda della gente del posto, qui sarebbe avvenuto un incontro con esseri venuti attraverso una nave spaziale e quindi sarebbe stato docuementato il tutto attraverso le incisioni sulle rocce intrappolate o incorporate in una caverna. Alcuni ricercatori hanno cominciato la loro ispezione con il proprietario del terreno dove si trova la caverna, cosi la prima visita al sito è iniziata tre mesi fa. Infatti nella boscaglia, non solo hanno trovato la grotta, ma anche alcune pietre su cui vengono visualizzate le immagini di questi esseri umanoidi; quindi questa nuova visita del 12 Giugno era in programma.




Ma mentre i ricercatori effettuavano le riprese e scattavano le foto, hanno potuto verificare l’esistenza di un qualcosa di luminoso, di colore dorato. Poi è stato passato il metal detector e cosi hanno scoperto che si trattava di un materiale metallico, e che a quanto pare potrebbe essere una lamina d’oro sottilissima che si è frammentata e sparsa in tutto il luogo del sito. Così è stato effettuato un prelievo del campione e portato ad analisi, che potrà confermare o meno che si tratti di oro. La notizia di questa scoperta straordinaria è stata riportata dai quotidiani in Messico tra cui Elinformante de Veracruz e Televisapuebla.tv. In Italia nessuno ne ha parlato tranne noi di Segnidalcielo.


José Aguayo ha detto che “Se ad un certo punto l’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico ha deciso di intressarsi a questa scoperta e raccogliere i pezzi delle pietre, per entrambi i gruppi di ricerca sarebbe meglio, anche perché in questo modo si sarebbe accettato il fatto dell’esistenza di un contatto alieno, di cui molti hanno sempre negato l’esistenza delle prove”.


FONTE: hackthematrix.it (LINK)

lunedì 5 febbraio 2018

NON trascuriamo le ferite emozionali


Lo sapevi che le ferite emozionali sono in connessione con il tuo destino? Probabilmente no, così come non lo sapevo io.
immagine da: google imagini "ferite emozionali"

 Cominciamo con lo scrivere che la parola destino etimologicamente indica qualcosa di fisso, di statico, di immobile. Quasi a suggerire che da questo non si scappa per quanto non lo si ascolti, prima o poi..In realtà nella nostra vita ci sono un’infinità di punti di svolta, di decisione che possono portarci da una parte ad un’altra (ricordi il film Sliding Doors?)
Considera questo: noi siamo una imbarcazione con una rotta ben precisa e veniamo qui con delle indicazioni (una mappa). Durante il tragitto perdiamo la mappa. Ogni tanto ci arrivano idee circa il nostro tragitto perché sono impresse nell’anima. Nonostante questo  andiamo a zig zag con l’imbarcazione. Pensiamo di seguire la nostra della nostra volontà e ci sentiamo orgogliosi. Poi ci accorgiamo di essere fuori rotta. Arriva una tempesta e ci rimette parzialmente sulla rotta. E poi di nuovo noi, supponenti, ce ne andiamo da un’altra parte. E così via..(le tempeste sono quelle che noi chiamiamo disgrazie, malattie etc.).
Il nostro viaggio inizia così: noi siamo pura energia fusa con l’Unità cosmica. Noi siamo un sé non identificato costituito da luce ed energia. Questo sé decide di incarnarsi e sviluppare alcune conoscenze e capacità. Quindi lo spirito scende sulla terra, diviene materia attraverso un corpo fisico, emotivo e mentale (sviluppando un’anima). Dal momento in cui si incarna in una massa (che è anche energia) si immerge totalmente nella dualità e vive una separazione immanente (il peccato originale e ferita originale). Ossia il sé sente di non appartenere al tutto ma guarda l’esterno in maniera separata dall’interno. Durante questo affascinante e doloroso viaggio sulla terra il sé conosce tantissime cose, fa esperienza e sviluppa delle ferite che sono sostanzialmente iscritte nella memoria dell spirito. Le ferite sono parte integrante del destino poiché hanno un valore enorme. 
La ferita emozionale funziona esattamente come una ferita fisica. Apre uno squarcio nella solidità della massa. E’ una nuova apertura. Naturalmente è dolorosa, crea rossore, si infiamma. Quindi va trattata, va lavata, va detersa, va disinfettata. Poi ci sono due modi per rimarginare una ferita: uno è quello di congiungere i lembi e l’altro è costituito dal far emergere nuovo tessuto che congiunge i due lembi di carne. In quest’ultimo caso all’interno del vuoto, della separazione, del caos nasce nuova materia, nuovo tessuto. In questo secondo caso possiamo guardare l’opportunità che offre la ferita: essa procura una apertura all’interno della solidità della materia, quindi caos, disordine. C’è una prima reazione dolorosa che può portare a negare la ferita oppure ad accorgersene, a trattarla e a permettere con il tempo di creare nuovo tessuto e quindi talento (capacità).
L’esperienza delle ferite (o le esperienze è meglio) sono scritte nel libro del destino. Scegliere una determinata famiglia, vivere una gestazione dolorosa, combattere fin da bambini con l’ambiente scrive le ferite che vivremo.
Ecco quali sono le nostre ferite fondamentali che probabilmente abbiamo attraversato nella totalità o quasi.
Ferita da rifiuto: ferita profondissima, in cui ci si sente respinti in tutto il proprio essere, proveniente dal genitore del proprio sesso. Il corpo scompare, occupa poco spazio. La reazione è la fuga. Si ha difficoltà a incarnarsi, a occupare il proprio posto nel mondo, ad affermarsi;
Ferita da abbandono: generata dal rapporto con il genitore del sesso opposto, crea dipendenza emozionale e affettiva e predisposizione al vittimismo. Il fisico è molle in alcune parti. Il dipendente cerca approvazioni e pareri a causa della mancanza di autonomia;
Ferita da umiliazione: un genitore o entrambi si sono vergognati del figlio pubblicamente. Il bambino si è sentito mortificato, sminuito, degradato. La ferita da umiliazione genera comportamenti inconsci di mortificazione e dolore. L’umiliato si mette a disposizione del prossimo totalmente fino a sminuirsi. Ha un corpo grasso o tendente a ingrassare;
Ferita da tradimento: il bambino ha sofferto nel non vedere soddisfatti i suoi bisogni affettivi basilari da parte del genitore di sesso opposto. La maschera (o reazione) è un comportamento controllante che lo porta compulsivamente ad affermare sé stesso. Ricerca ossessivamente la leadership, gli onori e le affermazioni di forza. Il corpo è muscoloso, seduttivo, forte;
Ferita da ingiustizia: generata dalla freddezza del genitore dello stesso sesso. Ciò ha causato insensibilità e mancata espressività. La maschera che è costretto a indossare è quella della rigidità, che lo porta a essere intransigente con sé stesso, celandosi dietro una positività forzata. Il suo comportamento sfocia molte volte nel controllo e nella freddezza. Il suo corpo è perfetto, ben proporzionato e curato. Ha nel complesso una struttura rigida.
Queste ferite sono generate da zero a sette anni. E nella nostra esistenza è raro poter affermare di aver sofferto soltanto di una ferita. E’ molto diffuso il fatto che si siano attraversate almeno due o tre ferite ( o anche tutte e cinque) in fasi differenti della vita. Ed è anche possibile (raro, ma possibile), che la gran parte di queste ferite siano state risolte (attraverso elaborazioni inconsce). C’è un diverso livello di profondità delle ferite per ciascuna personale esistenza. Ma tra le stesse ferite c’è un diverso livello di gravità (per esempio la ferita da rifiuto è molto grave perché riguarda il diritto di essere al mondo).
Ora non ti chiedo di sapere esattamente quale siano le ferite attive nella tua vita ma di cominciare a percepire quale energia sia racchiusa in questo evento. Questa energia se inconsapevole può essere utilizzata (o meglio dissipata) per mantenere una maschera, per utilizzare atteggiamenti e attitudini meccaniche e condizionati. Oppure può essere, se resa consapevole, utilizzata per lo sviluppo di vero e proprio salto di coscienza. Riesci ora ad accorgerti della tua energia intrappolata in uno stato di inconsapevolezza. Puoi vedere le tue maschere maggiormente utilizzate, i tuoi comportamenti reattivi e fuori controllo, i tuoi corpi di dolore che emergono repentinamente?
La ferita se non guarita e opportunamente cicatrizzata può influenzare profondamente la tua esistenza facendoti sentire vittima degli eventi, degli altri e di te stesso. Quello che devi chiederti sempre è di quali e quanti condizionamenti sei vittima e quale maschera oggi stai indossando prevalentemente? Quanto sei vittima del giudizio e dipendi dall’approvazione altrui..Quanto c’è di autentico, spontaneo, naturale nei tuoi comportamenti e quanto invece è condizionato, frutto della paura o del giudizio.
Tutte le ferite hanno una specifica funzione: quella di collegarti agli archetipi, ai principi primi e quindi alla tua energia originaria. Dal caos può nascere un nuovo ordine, una nuova opportunità di vita maggiormente in sintonia con tutto ciò che sei. Osserva con compassione, consapevolezza e senza giudizio dove le ferite ti hanno portato e stanno portando. Questa sarà una delle azioni più importanti della tua vita.

giovedì 1 febbraio 2018

Acqua in-forma

L'acqua, com’è noto, è costituita dalla molecola (H2O), indispensabile alla vita delle cellule: umana, animale e vegetale e, come tale, possiede un'intensità di energia corrispondente ad una determinata frequenza vibrazionale dei campi elettromagnetici, in biorisonanza con quello umano e con quelli che caratterizzano le varie forme di vita.

Solitamente l'acqua in bottiglia che beviamo -compresa quella delle più pregiate acque minerali, è inerte o "morta" perché priva di naturale e vitale attività frequenziali, mentre l’acqua diretta della fonte pubblica o domestica emette, come tutte le sostanze materiali, vibrazioni a bassa frequenza. Le frequenze possono essere misurate attraverso la biorisonanza magnetica; quest’ultima che si propaga orizzontalmente attraverso onde "vibrazionali" concentriche -tipo quelle che si formano in uno stagno quando si getta un sasso nell'acqua- è una energia "sottile"(oscura, in fisica della radiazione), che può essere quantificata da apparecchiature sofisticate, come i dispositivi professionali di biorisonanza, inventati dall'ingegnere Paul Schmidt, che permettono d'individuare le frequenze energetiche "distoniche " sostituendole per emittenza con altre funzionalmente corrette, innescando dei processi regolatori dell'intero organismo senza emettere campi elettromagnetici nocivi.

Il sistema tradizionale per ''misurare'' i cambi di biorisonanza è la radiestesia ed è quello più noto, economico che permette di individuare, se l'operatore radiestesista è sensibile e attendibile, il trattamento più idoneo in quel momento e per quella persona. La scienza medica, tende a osservare e curare, eliminandoli, i sintomi che sono campanelli d'allarme, escludendo il percorso di individuazione delle cause primarie a volte occulte perché derivanti da problemi irrisolti di varia natura, da eventi pregressi, dal karma genetico inteso come la somma delle memorie delle due linee paterna e materna (vedi articolo precedente: l’elogio della Famiglia)  con ramificazioni collaterali, che hanno provocato cause patologiche e scatenanti una serie di biorisonanze analoghe.
Nel caso delle acque dirette e delle acque in bottiglia, le frequenze medie riscontrate comunemente si aggirano attorno ai 1.000/2.000 unità Bovis, graficamente rappresentate sul biometro ideato dallo stesso Bovis.

Se l'acqua diretta o imbottigliata viene informata cioè sollecitata con sistemi tecnologici o ancor meglio con metodi pranici, il suo campo magnetico può esserne influenzato fino a raggiungere il range delle vibrazioni emesse da tutto ciò che vive, in particolare dagli esseri umani, con valori vibrazionali che vanno da 6.500 a 10.000 unità Bovis.

Con lo strumento grafico del biometro Bovis è ''misurabile'' la frequenza di tutto ciò che si vuole analizzare radiestesicamente come appunto l’acqua, dopo aver raccolto l’informazione dal campione. La misurazione si effettua tramite l’utilizzo di un biotensore a pendolo che, collocato nell'area a sud -in riferimento all’immagine sotto- secondo i punti cardinali, va ad agire prima in senso orizzontale sul biometro lungo l’asse dei valori, successivamente in senso circolare e rotatorio in corrispondenza del valore numerico corrispondente alla frequenza che il campione possiede.

immagine del quadrante di Bovis

Il ''trattamento'' per informare l'acqua può influenzare a diversi livelli (nel corpo fisico, energetico o vitale, astrale, mentale, causale). Ciò avviene per biorisonanza, mediante l'energia coerente o concentrata dei Cluster (pacchetti di energia elettromagnetica contenuti nel liquido per la nutrizione cellulare).

L'energizzazione vitale dell'acqua rappresenta quindi un fattore di concorso insostituibile per il benessere del corpo. Diversi sono i sistemi e i metodi di energizzazione dell'acqua effettuabili direttamente da un operatore terapeutico: la pratica della pranoterapia verso l'acqua da bere effettuata appunto con le mani ''radianti'', l’utilizzo della ''camera orgonica'' di W. Reich in cui un contenitore di acqua potabile viene chiuso per essere ''caricato'' energicamente per un certo periodo, individuabile prima radiestesicamente, ma anche l’impiego di ''circuiti radionici'' come ad esempio un bicchiere d'acqua che viene collocato sopra un induttore radionico (particolare disegno geometrico emittente ''onde di forma'') oppure collocando semplicemente un contenitore di vetro pieno d'acqua all'interno di un disegno che corrisponde ad una determinata forma geometrica, come il decagono valorizzatore, per un periodo di tempo individuato mediante il pendolo o il biosensore.
In ultima analisi anche l’utilizzo di bicchieri e bottiglie particolari perché progettati appositamente secondo l'applicazione volumetrica di rapporti proporzionali armonici nelle loro forme bombate, cioè a ''sezione aurea’ ai quali, sul fondo, è stato applicato il disegno del ''fiore della vita'' emittente ''onde di forma'' armoniche.
La scoperta dell’informazione dell'acqua ha favorito l'omeopatia e i trattamenti a base d'acqua informata sostituendo il metodo allopatico.

Si è scoperto anche che le emozioni e le intenzioni umane influenzano l'acqua, poiché essa ha una capacità intrinseca recettiva verso le frequenze, in grado di registrare le informazioni vibrazionali quindi è manifesta una sua ''memoria'' specifica.
Poiché il corpo umano è composto dal 99% d'acqua, considerandone sia il peso specifico sia la presenza intracellulare, si può intuire facilmente che importanza possa assumere per la salute umana informazione dell’acqua.

Un sistema ''diretto'' per l'acquisizione di informazioni vibrazionali energizzanti dell'acqua, utili soprattutto per la salute e il benessere del corpo, è quello di bere acque informate con frequenze originarie come le ''acque a luce bianca” provenienti dalle fonti di Montichiari, Asbesto, Prima, Lourdes, San Damiano, Medjugorje.

Con questa riflessione possiamo forse comprendere quanto affermato da Nikola Tesla:
''Dal giorno in cui incomincerà a studiare i fenomeni extra fisici -la scienza- in dieci anni compirà maggiori progressi che non in tutti i secoli precedenti della sua storia''.

Lavoro: schiavitù sostituita dallo sfruttamento


 Miliardi di esseri umani che si alzano al mattino senza averne alcuna voglia, forzando membra e psiche, ammalandosi di stress ed esaurimenti nervosi, per andare a fare un lavoro di merda che li renderà ancora più malati, debilitati nel cervello e nel fisico, e che arricchirà soltanto quel qualcuno che da questo ricatto (o ti fai sfruttare o non mangi), spacciato per diritto, ne ricava ogni privilegio.

In democrazia quel qualcuno privilegiato viene pure scelto dagli schiavi. Ma cosa vuole di più il capitalismo? Ve lo dico io cosa vuole di più: uno stato sempre più efficiente, con il servo sempre più deficiente! E ci riesce!
La schiavitù è una particolare forma di sfruttamento. Nelle società premoderne il padrone si appropria non solo del lavoro dello schiavo, ma della sua stessa vita, di cui può disporre arbitrariamente, anche al di fuori della sfera produttiva. La condizione servile definisce l’intera vita e l’identità dello schiavo, che deve obbedienza al padrone non solo durante le attività lavorative, ma nel corso della sua intera esistenza, a meno che non si affranchi e abbandoni il suo stato di schiavo.
Con la rivoluzione industriale e il capitalismo la schiavitù arcaica scompare, perché vengono meno i rapporti personali di potere, sostituiti dai rapporti economici impersonali del mercato; la schiavitù viene abolita formalmente, sostituita da una nuova forma di sfruttamento, il lavoro salariato, attraverso il quale il capitalista si appropria del lavoro dell’operaio, cui corrisponde un valore in denaro in uno scambio che assume la forma contrattualistica. Quest’ultima sancisce la proprietà del lavoro da parte del capitalista, ma non determina la restante esistenza del lavoratore che resta formalmente libera. Tuttavia se nei rapporti giuridici l’appropriazione di plusvalore da parte del capitalista è distinta dall’esistenza extra-economica del lavoratore, nel concreto essa continua a determinarla. La vita dell’operaio non è più vincolata a rapporti personali, ma dipende dai meccanismi impersonali del mercato e dall’appropriazione capitalistica. L’intera esistenza biologica e socio-culturale del lavoratore appare così votata alla produzione di merce per lo scambio. La schiavitù, quindi, pur formalmente abolita, continua a persistere nella realtà concreta, perché il rapporto di sfruttamento, fattosi impersonale, non si limita al tempo del lavoro, ma si estende all’intera vita dello sfruttato. Il salario garantisce solo la sussistenza e la riproduzione della classe operaia, che non si dà al di fuori del processo di produzione. Lo stato servile non configura tutte le fasi e le attività dello schiavo come nelle società premoderne, ma l’intera esistenza del proletario viene schiacciata sulla sola funzione produttiva (anche quella riproduttiva che deve solo garantire la rigenerazione della forza lavoro).
La borghesia, invece, conserva rispetto al lato socio-economico una dimensione autonoma, elemento costitutivo dell’ideologia borghese. Questa sfera privata riguarda in particolare la sessualità e la famiglia. Una tale dimensione si costituisce come sfera privata dell’individuo, nel quale le esigenze di socializzazione sono ridotte. Ma l’autonomia della sfera privata borghese non riguarda, nel concreto, l’operaio, la cui esistenza tende interamente a schiacciarsi sulla fase produttiva. Secondo la teoria marxiana, infatti, il capitale tende ad accrescere il plusvalore allungando la giornata lavorativa, il che vuol dire che restringe l’esistenza personale extra-lavorativa del lavoratore. Tuttavia, in particolari condizioni, può avvenire il processo inverso; ad esempio un aumento della produttività può permettere la contrazione del tempo di lavoro del lavoratore.
Successivamente nel capitalismo avanzato l’autonomia della sfera privata viene stabilmente estesa al lavoratore, perché il tempo del lavoro individuale si riduce e i salari aumentano, in virtù dell’effetto combinato del conflitto di classe organizzato e della necessità del capitale di incrementare i consumi.
Inoltre, nel nuovo sistema, subentra un nuovo agente, ovvero lo Stato, che riveste il ruolo sia di mediazione politica tra le classi che di compensazione economica degli squilibri del mercato: lo Stato non è più mero “arbitro” ma si inserisce pienamente nel processo produttivo, sia per esigenze economiche che politiche. Da una parte usa le finanze pubbliche per compensare i vuoti produttivi lasciati dal mercato incrementando l’occupazione e dall’altra regolamenta politicamente e limita lo sfruttamento del lavoro.
In queste mutate condizioni fattori economici e politici determinano con sempre maggiore evidenza (portando al culmine un processo già cominciato in modo discontinuo attraverso le rivendicazioni sindacali) una differenziazione tra sfruttamento e schiavitù impersonale. Le tutele giuridiche e sindacali di cui gode il lavoratore nel capitalismo statalista, l’elevata produttività raggiunta e motivi socio-culturali consentono di sganciare in parte l’esistenza personale del lavoratore dal processo produttivo. In questo modo solo una porzione della vita del lavoratore viene sottoposta alle esigenze produttive, nella fase extra-produttiva egli può costituirsi una sfera privata autonoma.
In questa sfera privata si possono dispiegare gli affetti, la sessualità, l’espressione controllata delle pulsioni, la gestione del tempo libero. Ma questa sfera viene anche a costituirsi come momento del consumo, necessario all’esplicazione dell’autonomia individuale. In questo modo, la dimensione extralavorativa rientra in quella produttiva, ma non come tempo di lavoro, bensì come consumo. In un certo senso, il singolo lavoratore si riappropria, in parte e in modo alienato, del tempo di lavoro che gli è stato sottratto durante la fase produttiva. Se, dunque, ciò emancipa il lavoratore da una forma schiavistica di sfruttamento, d’altro canto reinserisce nuovamente la sua intera esistenza nella catena produttiva e nei meccanismi di mercato, a cui deve ancora accedere  dopo il lavoro come consumatore per disporre della sua autonomia privata.

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